La Cina sta costruendo in Europa un'immagine di efficienza e superiorità industriale che trova terreno fertile grazie alla perdita di fiducia delle nostre aziende nelle proprie capacità.
Un'industria che ha smesso in parte di valorizzare il proprio know-how e che tende sempre più a misurarsi attraverso parametri, normative e modelli elaborati altrove è inevitabilmente più esposta al fascino di chi arriva proponendo tempi e numeri apparentemente straordinari.
Tre mesi. È il tempo che un ingegnere Geely indica come necessario per sviluppare una modifica software su Zeekr 001 e Volvo. Un episodio diventato rapidamente un argomento a sostegno della presunta superiorità decisionale dell'industria cinese rispetto a quella europea. Il confronto che circola è semplice: 5-7 anni per sviluppare un'auto in Europa, meno di due in Cina. Numeri che possono avere una base reale, ma che da soli raccontano poco.
Che la Cina sia più veloce, in molti casi, è difficile da negare. Il software viene integrato fin dalle prime fasi del progetto, le piattaforme vengono condivise tra diversi marchi dello stesso gruppo e la catena decisionale è spesso meno articolata di quella dei costruttori europei. Ma la stessa Geely invita a non trasformare questa rapidità in regola assoluta. Il fondatore Li Shufu, intervenendo al China Automotive Chongqing Forum, ha criticato la mentalità fast food, avvertendo dei rischi operativi che può comportare. Ammissione significativa proprio perché arriva da uno dei protagonisti di questa accelerazione.
Anche sul piano industriale il comportamento di Geely è più prudente di quanto suggerisca la narrazione della Cina che corre senza freni. A Shenyang il gruppo ha scelto di riconvertire un impianto esistente invece di costruirne uno nuovo, seguendo una strategia definita low asset. E Li Shufu ha dichiarato di non avere in programma nuove acquisizioni internazionali, preferendo valorizzare ciò che il gruppo possiede già.
Poi c'è il problema del mercato interno. L'industria automobilistica cinese deve fare i conti con una capacità produttiva molto superiore alla domanda. Secondo alcune stime, gli impianti lavorano mediamente poco sopra il 49% della capacità. La conseguenza è una guerra dei prezzi che sta riducendo i margini di costruttori e fornitori. Anche le autorità di Pechino hanno acceso un faro sulle pratiche di immatricolazione utilizzate per gonfiare i dati di vendita.
È anche per questo che l'Europa può rappresentare qualcosa di più di un semplice mercato da conquistare. Per molti analisti l'export è, almeno in parte, uno strumento per assorbire una produzione che il mercato cinese non riesce più a sostenere.
La China Speed, quindi, esiste. Ma non è tutta la storia. Dietro la rapidità ci sono una forte sovraccapacità industriale, una competizione sui prezzi sempre più dura e un processo di selezione destinato probabilmente a ridurre drasticamente il numero degli oltre 120 marchi elettrici oggi presenti in Cina. Fermarsi al dato dei tre mesi significa guardare soltanto alla parte più visibile del fenomeno.
Il resto è molto meno spettacolare e, proprio per questo, probabilmente più interessante.





















