11 settembre 2026

L'energia al centro

Il grafico Eurostat fa il punto sulla produzione elettrica 2025; ma racconta più di quanto sembri al primo sguardo. 

L'energia è il primo problema, per tutti; il mondo moderno ne richiede sempre più e il trend è in crescita. Ma si tratta di vedere come produrre quella elettrica. Nella UE i fossili restano al 29,6%, ma per la prima volta in assoluto sono stati superati da eolico e solare insieme (30,1%, dato Ember). Il nucleare tiene al 23,2%, l'idroelettrico al 12,2%. L'aggiornamento 2026, parziale per definizione, cambia la narrazione più di quanto ci si aspetterebbe. In Italia, tra gennaio e luglio, fotovoltaico ed eolico coprono il 25,1% della domanda nazionale (crescita a doppia cifra confermata), ma l'idroelettrico è crollato al 12,8%, con un calo del 23,7% solo a giugno a causa della siccità che ha colpito Nord e Toscana. Risultato: le rinnovabili complessive scendono al 42,5%, in calo rispetto al 2025, non perché il solare rallenti ma perché la fonte più affidabile del mix rinnovabile ha smesso di essere tale.

Ecd è qui che si vede la differenza. Il nucleare, dove esiste un parco impianti maturo, resta la sola tecnologia capace di fattori di carico oltre l'85% indipendentemente da meteo e stagione, unico vero paragone con i fossili come fonte programmabile. 
L'idroelettrico può fare altrettanto e in più accumula tramite pompaggi, ma sconta due limiti strutturali che il 2026 ha reso ancora più evidenti: dipendenza dal regime pluviometrico e tempi di realizzazione che si misurano in decenni. 
L'eolico onshore italiano ha fattori di capacità del 20-25%, superiori al 12-15% del fotovoltaico, ma paga volatilità oraria elevata e un'opposizione territoriale ormai strutturale, dall'Appennino alle coste siciliane, che ne rallenta lo sviluppo tanto quanto la burocrazia.

Fonti: Eurostat (dato UE aggregato e quote rinnovabili/paese, 2025); Ember European Electricity Review 2026; Visual Capitalist/DUKES-Eurostat (fossili per paese, dato 2024 dove non disponibile 2025); lettura del grafico Eurostat "Production of electricity by source, 2025" per le celle non diversamente marcate.
PaeseFossili %Nucleare %Eolico %Idroelettrico %Solare %Biocarburanti %Altro %
UE-2729,623,217,712,213,04,00,3
Malta84,600,3014,500,6
Cipro76,301,5021,500,7
Polonia68,9013,51,59,55,51,1
Grecia5201762131
Italia5106,5151466,5
Irlanda500361,5462,5
Paesi Bassi45,13270194,51,4
Estonia440180,317191,7
Germania41,40273,51792,1
Cechia39,437,522,5765,6
Romania331811211052
Bulgaria3137461462
Belgio2721190,512146,5
Lettonia2506442149
Spagna252019112122
Croazia2402239474
Ungheria24401,50,52752
Slovenia20400,327651,7
Lituania2004512194
Portogallo17,1027291862,9
Austria16,9015551081,1
Slovacchia14,7550,1123411,2
Lussemburgo8033428270
Danimarca7,6055015148,4
Francia5,5651010621,5
Finlandia2,54026141,5150,5
Svezia2282239261

 = valore puntuale da fonte Eurostat/Ember citata (2025, o 2024 dove indicato)    senza marcatura = stima ricavata dalla lettura del grafico Eurostat allegato, incertezza indicativa ±2 punti percentuali

Il problema della sicurezza energetica non è però mai la produzione annua aggregata (su quella l'Italia è teoricamente coperta) ma la potenza disponibile nell'ora di picco. E luglio 2026 lo ha dimostrato: 32,4 TWh di domanda mensile, record storico, proprio mentre l'idroelettrico cede terreno.


In questo scenario la mobilità elettrica resta, per ora, un fattore marginale, visto che le BEV valgono l'8% delle immatricolazioni italiane nel primo semestre 2026, contro il 22% della media UE. 
Ma le simulazioni Terna/RSE indicano un meccanismo da tenere d'occhio. La ricarica domestica non gestita tende a sovrapporsi al picco di consumo serale già esistente e, nello scenario di diffusione più spinto, pari a 4,5 milioni di wall box, si arriva fino a 1,5 GW aggiuntivi di richiesta per ogni milione di BEV in circolazione. 

Non è uno scenario di deficit energetico annuo, quanto piuttosto un rischio concentrato nelle sere invernali, quando fotovoltaico e idroelettrico contribuiscono meno e la domanda di ricarica cresce nello stesso momento. 
La rete non può gestire accumuli, ma solo bilanciare erogazione e assorbimento. Senza smart charging diffuso, tariffe orarie che disincentivino la ricarica di punta e una spinta reale al V2G (il cui successo dipende però dall'onestà delle tariffe di remunerazione applicate), la crescita delle BEV rischia di aggiungere pressione proprio nell'unica finestra oraria in cui il sistema è già sotto stress, non per carenza di energia, ma per mancanza di potenza disponibile al momento giusto.

10 settembre 2026

Reimagining Jaguar

Arriva il conto della ristrutturazione di JLR: 4.000 posti in meno per risparmiare 1,7 miliardi di sterline. 


Il gruppo Jaguar Land Rover annuncia 4.000 tagli in due anni, circa il 10% della forza lavoro globale del gruppo, non del solo perimetro UK come talvolta si legge in giro. I ruoli colpiti sono salariati e manageriali, marketing e R&D in testa; la produzione resta, per ora, intoccata. Il governo Reynolds ha già escluso ogni bailout; la ristrutturazione la paga Tata, non il contribuente britannico. 
Sul piano industriale i numeri raccontano una storia coerente con i problemi recenti del gruppo, il cyberattacco che ha fermato le linee UK per cinque settimane, i dazi Trump sulle esportazioni verso gli USA, la concorrenza cinese che comprime i margini premium. L’ad Balaji promette comunque 15-18 miliardi di investimenti in cinque anni e cinque nuovi modelli in dodici mesi, a lasciar intendere si tratti più di riposizionamento che ritirata.


Ma il vero nodo è Jaguar. Con Land Rover a reggere da sola il conto economico del gruppo, il marchio arriva al lancio della Type 01 (previsto a New York il prossimo 6 ottobre ) senza un solo modello in listino, con i fautori di questo cambiamento epocale che hanno lasciato l'azienda prima ancora del debutto. 
La narrativa ufficiale è reinvenzione; Jaguar ha tagliato i ponti con un secolo di storia (E-Type, C-Type, la berlina sportiva british, il rapporto qualità-prezzo dell'usato premium ) per scommettere su un glamour tutto da costruire e con un nuovo posizionamento a sei cifre che la mette in concorrenza con Bentley e Porsche piuttosto che con le le tradizionali Mercedes e BMW.
Una scommessa lecita, che scommessa tuttavia rimane. La clientela che comprava Jaguar per l’identità storica non è traslabile automaticamente verso quella disposta a pagare da 120 a 175.000 sterline per un'idea di lusso ancora tutta da dimostrare. 

09 settembre 2026

Il litro perduto

Dal record di tredici anni fa a un presente di Suv pesanti e assetate. Il consumo passato da argomento centrale a oggetto di interpretazione per le ibride.


Nel 2013 la Volkswagen XL1 di Ferdinand Piëch, con 0,9 l/100 km dichiarati, 21 g CO2/km, 795 kg di peso e aerodinamica da record (Cx 0,189) era il manifesto ingegneristico di cosa le ICE potessero fare. 
Da allora il consumo come dato cardine è progressivamente sparito dalle schede tecniche, sostituito sempre più da potenza, autonomia elettrica dichiarata, tempi di ricarica. I dati dell'Agenzia Europea dell'Ambiente (EEA) raccontano infatti una traiettoria tutt'altro che lineare. Tra 2008 e 2015 le emissioni medie UE sono calate più velocemente del target normativo (-4,9 g/km l'anno). 
Ma dal 2015 al 2019, senza target più stringenti, sono tornate a salire, toccando 122,3 g CO2/km nel 2019, terzo anno consecutivo di peggioramento, spinte dalla domanda di SUV. Solo l'entrata in vigore del target 2020 ha invertito la curva: 106,7 g CO2/km nel 2024, calo trainato quasi solo dalla quota BEV, comunque in flessione dal 15,5% al 14,5% sull'ultimo anno.

Il vero colpevole non è il propulsore, ma la taglia. Secondo l'Agenzia Internazionale per l'Energia (IEA), tra 2010 e 2019 il peso medio dei veicoli leggeri venduti globalmente è salito del 6,2%, la potenza del 20%, l'ingombro del 7%, con la Cina in testa. La quota SUV è passata dal 20% (2010) al 48% delle vendite mondiali (2023); un SUV consuma in media il 20% in più di una berlina equivalente e da solo ha generato l'intera crescita della domanda petrolifera dei veicoli passeggeri tra 2010 e 2018.

Sulle ibride, poi, l'omologazione ha smesso di essere un riferimento credibile. Per mild e full hybrid il divario tra dichiarato e reale resta contenuto ma cresce (18% nel 2021, 19% nel 2023). Per le plug-in è un'altra storia: l'ICCT, International Council of Clean Transportation, su 8 milioni di veicoli europei con dati OBFCM (il sistema on board di rilevazione dei consumi, obbligatorio dal 2021), misura un divario salito dal 265% (2021) al 401% (2023); un'auto omologata a 28 g/km ne emette 139 su strada. Il Fraunhofer Institut, su quasi un milione di PHEV, rileva 5,9 l/100 km reali contro 1,57 dichiarati. 
Il ciclo WLTP sovrastima sistematicamente la quota di marcia elettrica, presupponendo ricariche che nella pratica non avvengono. E le cinesi replicano lo schema portandolo agli estremi dato che il ciclo CLTC è meno stringente del WLTP.

Niente miracoli quindi. E le dichiarazioni roboanti sui consumi di certi sistemi ibridi di nuova introduzione andrebbero riviste in quest'ottica.

08 settembre 2026

Inseguire

I brand europei stanno passando dalla formula "plasmare la clientela" a "rincorrere i suoi gusti", quantomeno nell'alto di gamma. Restano scoperte però le fasce di mercato più accessibili.

BMW comunica i suoi test a Miramas su Serie 3 e M350 xDrive, ma la notizia cela un dato più significativo. Dopo anni di narrazione centrata sulla i3, sulla iX e su un'offerta BEV posizionata sopra le possibilità del ceto medio, BMW rimette al centro la dinamica di guida, il piacere di guidare e, soprattutto, un motore a sei cilindri con Drift Moment, funzione pensata esplicitamente per l'emozione, non per l'efficienza. È un segnale di riposizionamento verso quella parte di clientela che l'elettrico non l'ha mai comprato, né probabilmente lo farà a breve.


Il caso non è isolato. Mercedes-Benz prepara oltre trenta novità entro il 2027, molte delle quali ancora ibride o termiche. Rolls-Royce ha rallentato i piani BEV mantenendo il V12, Bentley ha ridotto a un solo modello elettrico l'offerta prevista entro il 2030. Stellantis riporta il Diesel su Peugeot, Opel, Citroën, DS e Alfa Romeo. Mazda punta più sull'ibrido che sull'elettrico puro, confermando tre nuovi modelli tra il 2028 e il 2030. General Motors ha reinvestito sul V8, confermando la sua centralità anche nei modelli di punta, in un mercato dove pickup e muscle heritage restano leve di vendita più forti dell'elettrificazione a tutti i costi. Porsche, dal canto suo, sta gestendo le difficoltà commerciali della Taycan proprio riportando peso strategico sulla 911 termica e ibrida, il modello che meglio incarna l'identità del marchio agli occhi della clientela storica.


Il fatto che Bruxelles abbia ammorbidito il target 2035, sostituendo lo zero emissioni assoluto con una riduzione del 90% e riabilitando ibridi e range extender, è però tuttora una revisione oggetto di dibattito e non ancora definitiva in tutti i suoi dettagli attuativi; il terremoto politico in atto in Germania e in espansione in Europa potrebbe però cambiare le cose.
Il filo comune non è la rinuncia all'elettrico, purtroppo ancora e ormai centrale nei piani industriali, ma la fine della narrazione solo BEV a vantaggio di un multi-energia dichiarato. E dentro questo concetto il piacere di guida torna a essere argomento di vendita legittimo, non solo residuo nostalgico da giustificare. 
Chi comprava un'auto per la dinamica ha ancora un prodotto pensato per lui; e i costruttori lo sanno.

Tutto ciò sul mercato premium. Più in generale, il vero grande problema è come produrre auto alla portata di quella fascia di clientela che oggi non può affrontare i costi del nuovo.

07 settembre 2026

Random politics

La UE non sceglie ma si piega a chi grida più forte, Berlino sulle regole, Pechino sui prezzi, Washington sui dazi. Poi scarica il conto su chi non ha voce per opporsi, i cittadini europei.

La sorte di Seat, letta in filigrana, dice più di quanto sembri. VW sacrifica un marchio nato nel 1950 per liberare margine su Cupra in un gruppo che nel 2025 ha visto l'utile operativo dimezzato e il margine scendere al 2,8%, minimo dal Dieselgate; da cui il piano Blume da 50.000 esuberi e 700.000 unità di capacità in meno. Vittoria tattica, dato che taglia il ramo secco. Ma anche miopia strategica, perché la fascia accessibile che resta scoperta è esattamente quella su cui i costruttori cinesi avanzano più in fretta.


Lo schema si ripete su scala europea. Sui dazi anti-dumping contro le BEV cinesi, Berlino ha votato contro fin dal 2024, unica tra i grandi Paesi a farlo apertamente, preoccupata delle ritorsioni su marchi che realizzano circa un terzo delle vendite proprio in Cina. Bruxelles ha tenuto duro sulla carta, ma con l'intesa di gennaio 2026 sui prezzi minimi la porta a Pechino si è socchiusa, mentre BYD ha già avviato una fabbrica in Ungheria per produrre made by China anziché made in China e aggirare legalmente le tariffe. Oggi oltre metà delle BEV cinesi immesse sul mercato UE arriva già da case automobilistiche locali gestite da Pechino. Battaglia vinta sulla carta, guerra industriale che continua a favorire la Cina.

Sul 2035, la deroga per gli e-fuel fu la condizione posta dalla Germania per votare la norma; oggi Berlino guida la spinta per ammorbidirla ulteriormente, al punto che la ministra polacca dell'Ambiente ha denunciato trattative poco trasparenti costruite per favorire il mercato tedesco. 
La UE piega tempi e regole quando a bussare è il socio grande. 

Con Washington, invece, si è mostrata arrendevole: il 15% concordato a Turnberry, contro il 27,5% pregresso, è stato bollato da più parti come una resa di Bruxelles, con il premier francese che ha parlato apertamente di sottomissione agli USA. 

Il risultato è una UE severa con Varsavia, remissiva con Washington, ambigua con Pechino; che impone disciplina ai piccoli ma è incapace di una politica industriale coerente che protegga insieme lavoratori, filiera e automobilisti. C'è da domandarsi a chi serva davvero.

04 settembre 2026

Rinasce la Bristol, ma il marchio reggerà?

L'idea del rilancio del marchio brit mostra però maggiori affinità con il cartoncino che si trova in cartoleria e che viene proprio dalla città omonima.


Una tigre di carta, con il suo motore americano V10 primi anni '90 e una linea poco personale. Se aggiungiamo il prezzo di 230.000 sterline, quasi 267.000 euro, le  possibilità reali che il primo esemplare (in mostra proprio in questi giorni al Salon Privé di Blenheim Palace, Oxfordshire) dia origine a un ritorno, quantomeno artigianale sono ridotte. 

Fondata nel 1945 come costola della Bristol Aeroplane Company, Bristol Cars debuttò l'anno seguente con la 400, derivata dalle BMW 326/327/328 prebelliche. Negli anni '50 trovò identità propria con gran turismo lussuose e V8 Chrysler, ritagliandosi una nicchia brit a metà tra Jaguar e Bentley, ma sempre più defilata. Due liquidazioni, 2011 e 2020, e un tentativo di rilancio elettrico mai concretizzato hanno lasciato il marchio in un limbo.


Ora, per l'80° anniversario, arriva un terzo tentativo: sotto la nuova proprietà di Paul King, Bristol completa cinque Fighter rimaste incompiute dal 2011, su telai originali mai finiti. Niente batterie, si torna al V10 Viper 8.0 litri, 525-600 CV, cambio manuale, 338 km/h dichiarati.
Qui però casca l'asino. Utilizzare un'unità derivata da un motore da pickup con caratteristiche tutt'altro che moderne (non più di 75 CV/litro), mette la Fighter a confronto con tutte le V8 attuali, più performanti, meno assetate e di pari prezzo. 
Più che storia è arretratezza travestita da carattere.


La Fighter resta comunque coerente con la tendenza che registro da da tempo su autothriller, ossia che le grandi coachbuilder d'artigianato britannico (Morgan, Caterham, ora Bristol) sono tra le poche realtà che non convertiranno mai la propria offerta all'elettrico, puntando su quella clientela che cerca proprio ciò che l'elettrico non offre. 
Resta tuttavia la retorica tutta inglese delle vecchie glorie: marchi risorti dalle ceneri, che nella pratica sono spesso stati originariamente cassoni artigianali imprecisi, con finiture da kit-car e affidabilità dubbia, venduti a prezzi da supercar per pura nostalgia. 
Il precedente di TVR e Jensen insegna; nel mercato attuale, dominato da Ferrari, Aston Martin e dai cinesi in ascesa, le probabilità reali di successo commerciale di Bristol restano decisamente modeste.

03 settembre 2026

La sorte di Seat

Domani il Consiglio di sorveglianza VW voterà la proposta di chiudere il marchio spagnolo entro il 2029, stante la cannibalizzazione da parte di Cupra.

Secondo la WirtschaftsWoche, la decisione, alla luce delle difficoltà del gruppo, è la presa di coscienza che la sorella Cupra ha ormai superato Seat su ogni fronte; non si tratta quindi di una ristrutturazione di gamma, ma della cancellazione di un brand nato nel 1950.
I numeri. Nel primo semestre 2026 Cupra ha consegnato 170.100 vetture contro le 129.600 di Seat, il 57% del totale combinato; nel 2025 peraltro lo scarto era già netto (Cupra +32,5% a 328.800 unità, Seat -17% a 257.400). Pesa anche il fronte tecnologico, visto che Cupra schiera già tre BEV (Born, Tavascan, Raval), mentre Seat non ha alcuna proposta elettrica.
A sparire sarebbe comunque solo il marchio commerciale, ma non la società Seat S.A., che continuerebbe a esistere come base industriale per Cupra, ereditandone rete vendita e stabilimenti.


La vicenda è sintomo di una crisi più ampia. Il bilancio VAG 2025 aveva certificato un utile operativo dimezzato e un margine sceso al 2,8%, il minimo dal Dieselgate. Da qui il piano Blume dei 50.000 posti tagliati entro il 2030, con capacità produttiva ridotta di 700.000 veicoli e una rete da ristrutturare, essendo dimensionata per 12 milioni di auto annue quando il mercato reale ne assorbe circa 9. Dazi USA, pressione cinese e domanda europea debole completano il quadro, con Emden, Zwickau, Hannover e Neckarsulm tra i siti a rischio.


Due le possibilità; se il piano passa le risorse confluiranno su Cupra, puntando a 500-600.000 vetture annue, con Martorell riconvertita sotto la nuova insegna e impatto occupazionale diretto limitato. Resta il rischio di lasciare scoperta la fascia accessibile del mercato, incidentalmente proprio quella in cui i costruttori cinesi avanzano.
Se invece il piano viene respinto o rinviato il gruppo continuerà a finanziare due reti sovrapposte in un contesto in cui ogni margine è già sotto assedio, rischiando di aggravare la crisi e riaprire lo scontro con IG Metall già visto nel 2024.

In entrambi i casi, Seat-Cupra è solo un tassello della ristrutturazione che a Wolfsburg è ormali entrata nella fase operativa.

L'energia al centro

Il grafico Eurostat fa il punto sulla produzione elettrica 2025; ma racconta più di quanto sembri al primo sguardo.  L'energia è il prim...