E' presto per decretare il de profundis dei motori a combustione, perché la realtà di un sistema di propulsione dipende troppo da quella del sistema energetico.
L'altro giorno mi sono imbattuto in un progetto interessante, sviluppato dal tecnico yankee Bruce Crower già una ventina di anni fa. Si tratta di un motore a sei tempi, quel concetto termodinamico la cui genesi risale alla fine dell'800 per opera dall’ingegnere britannico Samuel Griffin, teso a recuperare la massima quantità di energia dal ciclo, ergo ad aumentarne il rendimento.
L'idea di Crower era di usare acqua iniettata nel cilindro dopo la combustione per trasformare il calore residuo in vapore e ottenere un’ulteriore corsa utile del pistone senza altro carburante, un sistema di recupero termico integrato nel ciclo del motore, quindi.
Un paio d'anni fa Porsche ha rispolverato il concetto depositando un brevetto. L'obiettivo tedesco segue però una filosofia diversa rispetto a Crower, dato che si basa su una doppia combustione interna al ciclo, realizzando in pratica due cicli di tre tempi. L’obiettivo è anche qui aumentare rendimento termico e densità energetica sfruttando al meglio i gas ancora caldi presenti nel cilindro.
Il problema, osservando i diversi sistemi con occhio critico, è però sempre lo stesso: più si tenta di estrarre energia residua dalla combustione, più aumentano temperature, stress meccanici, difficoltà di gestione termica, costo industriale; mentre l'affidabilità cala.
Per questo nessun motore a 6 tempi è mai arrivato alla grande produzione.
Eppure il fatto che marchi come Porsche continuino a studiarlo racconta che il motore termico è vicino ai suoi limiti storici, ma non li ha ancora raggiunti del tutto.
Anche perché gli ibridi di nuova tecnologia, sviluppati inizialmente dai giapponesi ma oggi
cavallo di battaglia cinese, promettono risultati eclatanti.
Il tema d'attualità è quindi sempre il confronto tra Ice e Bev centrato sul concetto di rendimento, ovvero quanto recuperiamo in energia di movimento di ciò che abbiamo stivato nel veicolo a partire dalle fonti primarie. Tutto ciò ricordandoci che la CO2 non è un veleno, ma una costituente essenziale dell'atmosfera e che l'automotive contribuisce solo per il 12% al totale dei nuovi accumuli.
Nella tabella qui sotto un parallelo reale, includendo anche i motori a due tempi ormai quasi universalmente fuori gioco.
Quindi, prima di decretare la fine della combustione in favore delle Bev, pensate a come viene generata oggi l'energia e a come ogni sistema di gestione della rete debba garantire la fornitura anche in assenza di sole e vento.













