25 maggio 2026

Bontu BTE05

Debutta in Europa Bontu, marchio cinese specializzato in quadricicli, minicar e mini-veicoli commerciali; il test della minicar elettrica BTE05, guidabile dai sedicenni. 

"L'è tutto sbagliato, l'è tutto da rifare", la celebre frase di Gino Bartali, il ciclista, ben si addice a come sia stata condotta sinora la transizione elettrica.
Partire con auto da 500 cavalli ma autonomie reali da 300 km è stato un grave errore, aggiuntosi, peraltro, all'incomprensibile disinteresse dei costruttori per la rete di ricarica, Tesla a parte. Per una Bev autonomia e colonnine sono assolutamente essenziali e a tutt'oggi, tra crisi, guerre e strette energetiche, anche nei Paesi del nord Europa, l'infrastruttura è ben lungi dall'essere adeguata al preteso passaggio di massa.
La scelta più congruente con la realtà del Vecchio Continente sarebbe stata quella di partire con auto da città, per le quali autonomia e prestazioni sono  proporzionalmente meno essenziali.

Quindi, pur in ritardo in senso assoluto ma seguendo i recenti diktat europei in ambito Bev, ecco il rinnovato interesse per i veicoli urbani a batteria, ambito nel quale i costruttori cinesi sono leader. E' il caso di Bontu, brand fondato nel 2020 a Xintai. La società punta a divenire riferimento della micro-mobilità urbana elettrica con quadricicli e mini veicoli commerciali pensati per città, ZTL e logistica dell’ultimo miglio; una strategia basata su accessibilità, costi ridotti, omologazione europea e gamma completa per utenti privati e flotte.

In occasione del lancio europeo del brand ho potuto provare brevemente la BTE05 in versione a 4 posti, modello di punta della produzione. Pensata per la mobilità urbana quotidiana e disponibile in anche in configurazione a 2 posti, ha dimensioni compatte ma abitabilità vicina a quella di una citycar di segmento A. E' lunga infatti 3 metri, raggiunge i 90 km/h e può montare batterie da 13,9 oppure 18,1 kWh, con autonomia fino a 222 km. La struttura utilizza acciaio ad alta resistenza per il 60% della cellula abitacolo, mentre la dotazione comprende ABS, servosterzo elettrico, climatizzatore, frenata rigenerativa, airbag lato guida, telecamera posteriore e doppio display digitale da 7 e 12 pollici.

La linea è gradevole e simpatica con i colori pastello. Le ampie portiere consentono un facile accesso e i sedili sono ben conformati, anche se la seduta risulta un po' corta; notevole lo spazio in altezza, ma la mancanza di regolazione del piantone di sterzo e il volante piuttosto orizzontale costringono ad avanzare per avere una buona posizione di guida. Per passare dietro occorre ribaltare lo schienale mediante la leva di regolazione inferiore; qui lo spazio per le gambe è davvero poco, buono invece in larghezza e altezza. Il portellone ad apertura elettrica dà accesso a un vano di maniera, adatto a una piccola spesa oppure a una 24ore.
La connessione della chiave è wireless e sulla plancia semplice ma funzionale e realizzata con materiali piacevoli al tatto spicca lo schermo dei servizi da 12" accanto a una presa Usb, mentre davanti al conducente c'è il cruscotto digitale, un po' troppo esposto alla luce diretta che rende invisibili le info. Sul cruscotto i tasti per gli alzacristalli elettrici, le manopole per la marcia avanti o indietro e la regolazione della climatizzazione e i comandi dell'autoradio; leva del freno a mano tra i sedili. 

L'accelerazione è brillante, visto il peso di 450 kg e la coppia di 85 Nm; la potenza del motore con la batteria da 18,1 kWh montata sulla vettura in prova è di 20 kW nominali, che diventano 30 di picco. Le piccole ruote da 12" avvertono i sobbalzi ma garantiscono una buona aderenza in curva, anche se ovviamente è meglio non prendersi troppa confidenza e zigzagare, pena qualche ondeggiamento. Potenti i freni con ABS che usufruiscono della rigenerazione in rilascio; del tutto adeguati alla massa in gioco. 
La visibilità è ampia e la silenziosità del propulsore consente un ottimo ascolto del sistema multimediale; non ho potuto valutare l'autonomia nel traffico, pur se l'indicatore nel quadro mostrava una discesa ragionevole. Il climatizzatore fa sentire rapidamente il suo effetto, visto il piccolo abitacolo; mancano però bocchette orientabili.

In definitiva un prodotto moderno, che si pone in alternativa alle auto di segmento A in via di sparizione e sfrutta al meglio la trazione elettrica. Se la mobilità deve cambiare direzione, questa è la strada giusta. 

21 maggio 2026

Utopia wireless

Una tecnologia che funziona, ma per la quale nessuno riesce ancora a far quadrare i conti.

Negli Stati Uniti se ne parla da anni. Michigan, Indiana, Utah e Florida stanno testando o pianificando tratti stradali con bobine di rame interrate nell'asfalto, capaci di ricaricare i veicoli elettrici in marcia per induzione elettromagnetica, lo stesso principio del caricatore wireless dello smartphone, ma applicato a un'auto in movimento. L'idea è seducente, niente soste, niente cavi, niente ansia da autonomia.

In Europa il copione si ripete. L'Italia ha il suo caso simbolo nell'Arena del Futuro, un circuito sperimentale da un chilometro lungo l'A35 Brebemi, dove Stellantis ha dimostrato che una Fiat 500 elettrica può percorrere il tratto senza consumare la batteria. La Francia ha avviato il primo test su autostrada reale sull'A10, con picchi di potenza dichiarati oltre i 300 kW. La Germania ha avviato nel 2025 il primo tratto sperimentale sulla A6 bavarese, ma i test sono ancora limitati e non esiste una rete operativa.


Eppure il caso più istruttivo viene dalla Svezia, Paese che ha il programma più avanzato d'Europa e strade tra le meglio mantenute al mondo: nel dicembre 2024, il rapporto finale dell'autorità nazionale dei trasporti ha raccomandato di non procedere con una rete elettrica stradale nazionale. Troppo caro, troppo poco conveniente. 
Il problema è strutturale. I costi di installazione oscillano tra 1,2 e oltre 30 milioni di euro a chilometro, a seconda del Paese e dell'infrastruttura. L'efficienza energetica è penalizzata fino al 50% rispetto alla ricarica plug-in. La manutenzione di bobine interrate su strade soggette a traffico pesante e cicli di gelo è un incubo ingegneristico. E nessun costruttore installa di serie la necessaria bobina ricevitrice finché l'infrastruttura non esiste (e viceversa).


La tecnologia funziona in pista. Ma su rete stradale diffusa, per l'auto privata, i conti non tornano. L'unico scenario realistico nel breve periodo riguarda i corridoi logistici per camion su percorsi fissi, dove batterie enormi e rotte prevedibili rendono l'equazione meno assurda. Per il resto, prima di seppellire trilioni di euro in rame sotto l'asfalto (con un consistente pericolo di furti su vasta scala, particolarmente in Italia) varrebbe la pena finire di tappare le buche.

20 maggio 2026

Controcorrente?

AMG sceglie la via più difficile proprio nel momento in cui il mercato premia quella più intelligente.

Mentre molti costruttori di supercar hanno capito che il passaggio all’elettrificazione funziona meglio (solo) se conserva un legame con il motore termico, con questa GT Coupé4 il marchio di Affalterbach preferisce un taglio netto; niente compromessi, niente doppio registro, niente mediazione con la sensibilità del cliente. Una scelta che può sembrare coraggiosa, ma solo finché non la si guarda dal lato industriale. Il mercato, oggi, non premia l’astrazione ideologica, premia invece le auto che restano desiderabili anche quando cambiano pelle. AMG non ha semplicemente elettrificato la propria grammatica, ma ha deciso di riscriverla in modo da negare proprio ciò che il pubblico continua ad associare al piacere di guida. Il risultato è una supercar che cerca di imporsi come manifesto tecnologico, ma finisce per somigliare a una dichiarazione di indipendenza pronunciata nel momento sbagliato.

Paradossalmente, Mercedes-AMG arriva a questa offensiva elettrica proprio mentre sta correggendo un altro esperimento rivelatosi largamente respinto dalla clientela, il downsizing estremo dei modelli sportivi a quattro cilindri. La vicenda della C63 è stata emblematica. Tecnologicamente sofisticata, potentissima, persino coerente dal punto di vista ingegneristico. Ma percepita come un tradimento simbolico del marchio, tanto che oggi AMG sta tornando sui propri passi, rimettendo al centro il V8 e preparando il ritorno di motorizzazioni che fino a poco tempo fa sembravano archiviate.

E allora arriva la chicca più involontariamente rivelatrice, il sound V8 sintetico. Soluzione che vorrebbe mantenere vivo l’immaginario AMG, ma è facile ottenga l’effetto opposto. Se devi simulare un V8, significa che quel V8 non c’è più.

Difficile allora comprendere il doppio binario preso da AMG, con il ritorno ai V8 dove il cliente lo pretende ma allo stesso tempo la spinta sull’elettrico puro. Forse per restare credibili sul fronte tecnologico globale?
Il mercato può anche accettare l’elettrico ad alte prestazioni, ma certamente assai meno la finzione di un passato che non torna.

19 maggio 2026

La forza dello standard

Nel dibattito sulle Bev si parla quasi sempre di batterie, autonomia o tempi di ricarica. Molto meno di un nodo industriale decisivo, la standardizzazione. 

Eppure è proprio qui che negli ultimi anni si sono concentrate alcune delle principali inefficienze del settore. Standard diversi per la ricarica, architetture elettriche incompatibili, software proprietari, componenti non condivisi tra piattaforme differenti. Ogni costruttore ha inseguito la propria soluzione tecnica, moltiplicando complessità e costi. Persino le perdite energetiche in ricarica cambiano sensibilmente da un modello all’altro, segno di un ecosistema ancora lontano dalla maturità industriale raggiunta dal motore termico nel corso di oltre un secolo.
È in questo contesto che si inserisce il nuovo sistema sviluppato da Hyundai Mobis, divisione tecnologica del gruppo Hyundai. L’azienda coreana ha presentato un gruppo propulsore elettrico modulare da 160 kW che integra motore, inverter e riduttore in un unico alloggiamento, per una potenza di circa 215 CV. Ma il punto centrale non è tanto la prestazione, quanto l’idea di proporre un sistema standardizzato e scalabile.


Hyundai Mobis ha infatti progettato componenti condivisi tra più livelli di potenza. Statore, inverter e power module possono essere utilizzati trasversalmente su diversi modelli del gruppo Hyundai, Kia e Genesis, passando da una versione compatta da 120 kW destinata alle citycar fino a un’unità da 250 kW per vetture più performanti. Due motori, uno anteriore e uno posteriore, consentono inoltre di raddoppiare la potenza senza riprogettare integralmente la piattaforma.
Dal punto di vista industriale ciò significa ridurre drasticamente il numero di componenti dedicati, semplificare la supply chain e accelerare produzione e manutenzione. Secondo Hyundai Mobis il nuovo sistema è anche più compatto del 20% e offre una densità di potenza superiore del 16% rispetto a unità concorrenti, grazie a una nuova gestione termica e all’impiego di semiconduttori più efficienti.

Dietro questa scelta c’è una logica precisa. Dopo una prima fase dominata dalla corsa tecnologica e dalla differenziazione estrema, il mercato Bev sta entrando in una fase più matura, dove il vantaggio competitivo non dipende solo dall’autonomia o dalla potenza, ma dalla capacità di industrializzare grandi volumi abbassando i costi. Esattamente ciò che l’industria automobilistica fece nel Novecento con piattaforme condivise e componentistica comune. 
In altre parole, Hyundai sembra aver compreso che il futuro dell’auto elettrica potrebbe dipendere meno dall’invenzione di tecnologie radicalmente nuove e più dalla capacità di rendere finalmente standard quelle esistenti.

18 maggio 2026

Il sole nelle nostre mani

Catturare e immagazzinare l'energia della luce con la possibilità di rilasciarla a comando. Una scoperta che potrebbe cambiare radicalmente la nostra vita.

Un gruppo di ricerca dell’università di Santa Barbara (Usa) ha messo a punto un sistema molecolare capace di trasformare la luce in energia chimica immagazzinata, aprendo una pista interessante per l’accumulo termico. Protagonista la pirimidone, una molecola derivata da strutture affini ai mattoni del DNA e riprogettata per funzionare come materiale MOST, acronimo di Molecular Solar Thermal Storage. Il principio è elegante, la molecola assorbe radiazione ultravioletta a 300 nanometri e si converte in un isomero di Dewar, una configurazione ad alta tensione interna che trattiene l’energia nei legami chimici invece di disperderla subito. 
La parte più rilevante non è solo la reazione, ma la sua gestione. Il sistema è stato concepito senza solvente e in un contesto compatibile con l’acqua, un aspetto decisivo perché uno dei limiti storici delle tecnologie MOST è proprio il rilascio controllato dell’energia accumulata. Qui, invece, la scarica è rapida e misurabile: aggiungendo HCl (acido cloridrico) a una piccola quantità di Dewar pirimidone in acqua, la soluzione raggiunge 100°C e inizia a bollire in meno di un secondo. Il risultato è un trasferimento macroscopico di calore, pulito e immediato.


Sul piano delle prestazioni il dato è notevole, poiché la densità energetica gravimetrica arriva a 1,65 MJ/kg, valore che supera quello di o,9 MJ/kg delle celle al litio standard. Ma la differenza è logicamente funzionale, dato che qui non si ottiene il rilascio di un flusso di elettroni ma di calore diretto. Nondimeno ciò la rende una tecnologia interessante per l’automotive, dove il fabbisogno termico è una delle voci più costose in termini di energia a bordo, specie con le Bev.
In prospettiva, i campi di applicazione più plausibili sono il riscaldamento dell’abitacolo nelle EV, lo sbrinamento rapido di parabrezza e lunotti, il preriscaldamento di batterie e componenti in clima freddo. In tutti questi casi, un serbatoio molecolare caricato con la luce durante la sosta potrebbe rilasciare calore on demand, alleggerendo o evitando il carico sulla batteria di trazione.


D'altro canto il limite è oggi altrettanto evidente: l’assorbimento di energia nel solo campo dell'ultravioletto restringe molto la quantità di energia solare realmente sfruttabile. 
Ma la direzione è tracciata. Non siamo ancora di fronte a una tecnologia in produzione, ma questa una svolta epocale, il primo sistema capace di immagazzinare la luce in forma chimica senza dispersioni e limiti di tempo.

15 maggio 2026

Rischio OTA

Le paghi ma non sono mai davvero tue. Le Bev connesse al web sono sempre esposte al rischio di "correzioni" da parte dei costruttori, anche all'insaputa dei proprietari. 

In Cina è esplosa una controversia che tocca il cuore del rapporto tra automobilista e software, il cosiddetto battery locking, la modifica da remoto dei parametri della batteria tramite aggiornamenti OTA (Over The Air). La vicenda è diventata pubblica dopo una serie di servizi dei media statali cinesi e ha rapidamente assunto una dimensione industriale e politica, perché mette insieme sicurezza, trasparenza verso il cliente e controllo dei dati di bordo.
Secondo la ricostruzione diffusa da CCTV e ripresa da altri media cinesi, alcuni proprietari hanno segnalato che dopo un aggiornamento software vetture dichiarate da 500 km di autonomia nel ciclo CLTC sarebbero scese sotto i 300 km nell’uso quotidiano, mentre i tempi di ricarica rapida sarebbero passati da circa 40 a 70 minuti. Un caso citato dai reportage riguarda un proprietario che, prima dell’update, riusciva a caricare oltre 100 kWh e dopo l’aggiornamento non andava oltre gli 80, pur vedendo ancora una capacità residua al 95%.


Il meccanismo è semplice: il costruttore interviene sul sistema di gestione della batteria abbassando soglie di carica e scarica o riducendo la potenza di ricarica. Tale scelta riduce stress termico, rischio di runaway e degrado delle celle, ma con l'effetto pratico di decrementare l'autonomia, rendere le ricariche più lente e ridurre le prestazioni; il tutto senza il consenso del proprietario. 
La parte più delicata del caso è che il tema reale dell’OTA battery locking si è intrecciato con una presunta stretta regolatoria su otto costruttori, pur subito smentita dalla China Association of Automobile Manufacturers. Otto case sarebbero state convocate e tre formalmente indagate per l'illecita procedura, BYD, Tesla, Xpeng, Nio, Li Auto, GAC Aion, Zeekr e AITO; tutte hanno smentito di essere state convocate o indagate su quel fronte.

Nei servizi di stampa statale del 10 maggio u.s. si parla comunque di una linea più dura, con il divieto di aggiornamenti silenziosi e forzati, del battery locking nascosto, dell’uso di OTA per aggirare richiami e dell’omissione di documentazione sulle modifiche a autonomia e ricarica. L'allarme è forte, perché secondo i resoconti citati da CCTV, a marzo 2026 il portale nazionale 12315 avrebbe ricevuto oltre 12.000 segnalazioni, con un aumento del 273% su base annua.
A gennaio il ministero dell’Industria cinese aveva già richiamato i produttori di batterie a contenere l’eccesso di capacità e a migliorare la supervisione del settore EV ed energy storage. Pechino teme non solo i rischi tecnici ma anche gli squilibri competitivi di un comparto in iper-espansione. Nel frattempo, il dibattito si è acceso anche attorno alla ricarica ultrarapida: un test in livestream del sistema megawatt di BYD ha mostrato temperature oltre i 76°C, alimentando discussioni sui limiti termici delle celle in condizioni estreme.

L’Europa, intanto, ha già un precedente concreto. In Norvegia, la Corte suprema ha reso definitiva ad aprile 2026 la condanna che impone a Tesla di risarcire 115 proprietari di Model S dopo un aggiornamento del 2019 che aveva ridotto la velocità di ricarica; ogni proprietario riceverà 50.000 corone. 

Ai proprietari conviene dunque disattivare l’installazione automatica degli OTA (quando sia possibile), salvare versioni di software, log di ricarica e dati sulla batteria, e rivolgersi a un perito indipendente se si sospettano alterazioni delle prestazioni. 
Tutte complicazioni e grattacapi derivanti da un bene regolarmente pagato che dovrebbe solo garantirti la mobilità, ennesimo deteriore aspetto della complessità che ormai contraddistingue il mondo automotive.

14 maggio 2026

L'usato al centro

Da startup digitale a operatore europeo dell'usato ricondizionato. Il percorso di brumbrum racconta come cambia un intero settore.

I gruppi attivi nell'usato sul mercato europeo hanno un market share tra il 5 e il 15%; c'è quindi un futuro in netta crescita per gli operatori capaci di intercettarne l'evoluzione. Il segmento della vettura usata non è più soltanto una risposta di prezzo alla crisi del nuovo, ma è oggi un comparto strutturale in espansione, dove contano efficienza industriale, trasparenza e capacità di costruire fiducia lungo tutta la filiera.

In questo scenario cresce ulteriormente brumbrum, nata come startup italiana specializzata nella vendita digitale di auto usate poi entrata nell'orbita di Aramis Group, colosso europeo dell'usato ricondizionato quotato a Parigi. Dopo il debutto sul mercato italiano con un modello interamente online, brumbrum ha attraversato una fase di consolidamento culminata nell'integrazione nel gruppo francese che ne ha rafforzato struttura industriale, processi e capacità logistiche, diventando così parte integrante di una strategia europea che conta oggi più di 119.000 veicoli venduti ogni anno e oltre 2,3 miliardi di euro di fatturato. Da realtà emergente a tassello di un ecosistema continentale, dove standard operativi, competenze e processi vengono condivisi e applicati su scala.


Oggi la società guidata dell'ad Paolo Di Napoli sceglie una struttura snella e fortemente orientata alle vendite online, senza rinunciare però alla presenza fisica sul territorio, con l'apertura del nuovo centro a Cinisello Balsamo che si aggiunge a quello di Reggio Emilia e prelude all'apertura di un ulteriore punto a Bologna. La scelta del nuovo logo accompagna e sintetizza questa evoluzione: la silhouette verde lime di un'automobile stilizzata traduce visivamente i valori del brand in un'identità riconoscibile tanto nel canale digitale quanto nei customer center territoriali. 
Il modello presidia direttamente l'intera catena del valore, dalla selezione delle vetture al ricondizionamento, fino a vendita e consegna, garantendo un controllo puntuale su qualità, tempi e standard a ogni passaggio. La strategia combina piattaforme digitali, consulenza dedicata e customer center territoriali, permettendo al cliente di acquistare online, valutare finanziamenti e permuta, scegliere la consegna a domicilio o completare il percorso di persona. Un'esperienza che risponde bene a un mercato ancora frammentato, segnato da livelli disomogenei di digitalizzazione e trasparenza, con un'alternativa strutturata e affidabile.


Il cuore operativo resta la factory di Reggio Emilia, dove ogni vettura viene selezionata, controllata e ricondizionata secondo standard industriali rigorosi, con oltre 300 verifiche dedicate a meccanica, elettronica, carrozzeria e sicurezza. Una struttura capace di lavorare fino a 1.500 veicoli al mese che rappresenta il vero elemento distintivo dell'azienda.

La crescita di brumbrum racconta di una trasformazione più ampia. L'usato sta uscendo dalla dimensione occasionale per diventare un mercato organizzato, scalabile e sempre più professionale. E chi saprà unire efficienza industriale, piattaforme digitali e fiducia percepita dal cliente avrà margini di crescita ancora enormi nei prossimi anni.

Bontu BTE05

Debutta in Europa Bontu, marchio cinese specializzato in quadricicli, minicar e mini-veicoli commerciali; il test della minicar elettrica BT...