09 ottobre 2026

Petrolio, il crollo dopo Hormuz?

Con il Brent attorno a 100 dollari e lo Stretto asiatico quasi chiuso, chi fa il pieno ha smesso di sperare in un ritorno alla normalità, ma c'è chi la pensa diversamente.

Un editoriale del New York Times a firma Philip Delves Broughton sostiene che il vero rischio sul mercato del petrolio non sia il rincaro quanto il crollo che verrà dopo. Un’opinione che va letta come tale, ma che mostra una tesi interessante.
Se la guerra con l’Iran finisse e le petroliere tornassero a passare liberamente, il greggio tornerebbe prima sui 60-70 dollari di gennaio, per poi scivolare, secondo l’autore, anche verso i 30. Ciò a causa della crescita generale dell’offerta, che vede sul mercato Guyana, Argentina e un Venezuela in attesa di investimenti; ma cui si aggiunge il rischio recessione, che frenerebbe la domanda proprio mentre l’offerta risale. 

Questo quadro di fondo è confermato dai dati, ma non altrettanto l’entità del crollo. L’Agenzia internazionale dell’energia prevede per il 2027 un surplus di offerta di 4,6 milioni di barili al giorno e un possibile eccesso fino a 4 milioni già dal quarto trimestre 2026.
Ma tutto dipende da quella de-escalation che oggi nemmeno si intravede: a Hormuz è stato registrato solo qualche transito contro gli 85 giornalieri prebellici. Le stime ufficiali, inoltre, sono molto più prudenti dell’articolo: l’EIA , l'agenzia statistica per l'energia Usa, nell’outlook di ottobre vede il Brent a 105 dollari di media nel quarto trimestre e a 84 nel 2027.


Per noi automobilisti, un calo del greggio non si vede subito alla pompa, lo sappiamo bene. Secondo i dati ripresi da Fortune, negli Usa il trasferimento sul prezzo della benzina è per circa il 13% dopo una settimana e del 37% dopo tre mesi.
In Italia, secondo uno studio dell’Osservatorio CPI della Cattolica (agosto 2026), i rialzi del greggio arrivano alla pompa per due terzi in tre giorni e quasi del tutto in dieci, mentre i tempi dei ribassi sono di un terzo in 3 giorni e di 17 per arrivare a quattro quinti. 
Ma siamo ben consci di quanto il peso delle accise fisse (e dell'Iva, tassa su tassa) diluisca notevolmente l'effetto dei cali sul prezzo alla pompa.

08 ottobre 2026

Porsche, meno volume più valore

Il 7 ottobre, al Capital Markets Day di Weissach, l’ad Michael Leiters ha presentato la strategia Sportwagenschmiede '35, piano per uscire dall'attuale  fase di stallo. 

Il principio guida resta ottimizzare il calo delle vendite con una maggiore profittabilità, il caro vecchio sistema della "fuga verso l’alto" (Jaguar docet), che fantasia. Primo obiettivo, abbassare la soglia di pareggio sotto le 200.000 unità. 
Sul fronte prodotto, la Casa tedesca annuncia una piattaforma a motore centrale per una supersportiva collocata sopra la 911, di cui il 15 ottobre arriverà un'anteprima con il nome Mission S. Si parla tuttavia di una piattaforma possibile, non di un modello già approvato.

Confermate invece le 718 Boxster e Cayman elettriche per il 2028 e una nuova Suv con motori termici e ibridi plug-in che affiancherà la Macan elettrica; un modello al di sopra della Cayenne è solo allo studio. Le varianti a catalogo scenderanno di circa il 20%, con un aumento di circa il 30% dei volumi per ciascuna, mentre il prezzo medio delle versioni al vertice dovrebbe crescere di circa il 20% a medio termine. Cresce anche l'attenzione alla personalizzazione, il programma Sonderwunsch dovrebbe moltiplicare i ricavi per sei.


Il rovescio della medaglia è il conto da pagare. Il Future Package concordato con i sindacati prevede il taglio di circa 9.000 posti in forma socialmente sostenibile, mentre le posizioni manageriali scendono del 40% e l'organico complessivo del 25% a medio termine, con un obiettivo strategico del 30%. Previsti anche meno costi di sviluppo (fino al 20%) e di vendita (20%), con le regioni commerciali ridotte da cinque a quattro.
Sul piano finanziario Porsche punta a una redditività operativa tra il 10 e il 15% a medio termine e al 15% nel lungo periodo. Solo ambizioni, però. Il comunicato precisa infatti che il vertice di questa forbice richiede condizioni macroeconomiche e regolatorie più favorevoli. 
Per un marchio abituato a margini ben più alti, la partita si gioca ora sull'esecuzione. 

07 ottobre 2026

Il conto della scommessa

Jaguar Type 01: 1.000 CV e 165.000 euro. Tra ritardi, tagli e identità in bilico, il rilancio di Coventry va alla verifica del mercato.

Debutta a New York la Jaguar Type 01, GT elettrica a quattro porte con oltre 1.000 CV, architettura a 850 volt, autonomia WLTP prevista fino a 720 km e prezzo da 165.000 euro (da confermare). Ordini all'inizio del 2027, prime consegne nella seconda metà dell'anno. La scheda tecnica conferma quanto anticipato a inizio 2025, ma il calendario no: allora si parlava di debutto a fine 2025, vendite nel 2026 e prezzo oltre i 150.000 euro. Nel frattempo il marchio ha attraversato il deserto. Ad aprile 2025 le immatricolazioni europee sono state 49 contro 1.961 (-97,5%), un crollo in gran parte voluto, con la gamma termica ormai fuori produzione. Oggi JLR taglia circa 4.000 posti, il 10% della forza lavoro, per risparmiare 1,7 miliardi di sterline.


La scelta strategica è chiara: lasciare il cliente storico per un pubblico di status. Il contesto però è meno lineare di come lo si racconta. Le Bev in Europa crescono, 723.704 immatricolazioni nel primo trimestre 2026, +26,2%. A soffrire è però il lusso: Porsche ha chiuso il trimestre a -15% e la Taycan, la rivale più diretta, a -19% con 3.420 consegne (a riprova delle conclusioni di Rimac). Jaguar entra in una nicchia che non cresce e i numeri forniti (potenza, autonomia, ricarica) sono stime del costruttore, mentre il comunicato non indica capacità della batteria, peso, Cx e tempi di accelerazione.


Resta l'identità. Le svolte radicali pagano solo con un filo rosso verso il passato. Il comunicato evoca E-type e XJS senza mostrarlo, e il richiamo più colto, la Daimler Double Six del 1931, parla a pochissimi. Il British style di Jaguar era sensibilità, grazia e proporzioni, più che repertorio di segni. Se la Type 01 lo conserva lo diranno le strade, non i comunicati.
Il rischio è cambiare cliente prima di averne uno nuovo.

06 ottobre 2026

Ha ragione Mate

Mate Rimac ritiene non ci sia futuro per le Bev ad alte prestazioni e basta salire sulla più iconica delle sportive yankee, la Corvette, per essere d'accordo con lui.

Nomen homen; si dice degli umani, ma vale anche per le auto. La Chevy Corvette non può essere scambiata per una commuter car nemmeno per sbaglio; un'occhiata all'elaborato splitter anteriore, composto da più segmenti, che incornicia il muso basso e aggressivo, lo conferma. Le linee (quelle della più estrema Z06) sono quelle dettate dall'aerodinamica che accomunano un po' tutte le supercar, ma qui non c'è la stessa tesa linearità di un Lambo né la morbidezza fluente di McLaren e Ferrari, quanto l'intersezione di volumi spigolosi che le dà un'aria un po' aliena. Stile ripreso dalla vistosa ala posteriore, che chiude superiormente una coda con quattro scarichi in vista, quegli scarichi tanto d'immagine che anche la più recente Tesla Roadster intende piazzarli a vista. Non è discreta, non è raffinata. E' una Corvette.

L'occasione del breve test è un'iniziativa di GM Europe insieme a CAVAUTO, importatore e distributore ufficiale Corvette in Italia, unico canale ufficiale per la vendita e la garanzia delle vetture della super sportiva di Chevrolet. 
L'appuntamento è a Monza, alla sede CAVAUTO, e io mi sono prenotato per il test della E-Ray, prima ibrida e prima trazione integrale del modello. Ma arrivo in anticipo e la sorte mi mette lì davanti una Z06 verde che è libera ancora per un po'. La proposta di provarla è accettata con entusiasmo; un minimo di briefing per orizzontarmi sull'abitacolo e via.

L'interno è avvolgente intorno al pilota, spicca il volante quadrangolare regolabile elettricamente (l'avrei preferito meno scivoloso sopra e sotto), mentre l'alta consolle centrale fa anche da appoggiabraccio. Lì ci sono i comandi del cambio a doppia frizione Tremec a 8 rapporti; tre posizioni, Touring, Sport e Track. Non ho molto tempo e c'è un traffico micidiale, quindi quel che so mi basta; parto subito e mi dirigo verso una zona vicina che so non essere di grande passaggio e con qualche strada ampia abbastanza lunga da darmi un po' di corda.

Dura come una tavola. Le sospensioni sono granitiche in qualunque settaggio e la Z06 saltella sulle asperità stradali; d'altronde non mi aspettavo niente di diverso da una street legal. Il motore da 670 CV e 623 Nm ha il sound dei V8 da corsa, liscio, a basso regime anche poco invasivo, una sorta di quattro cilindri sportivo rinforzato. Arrivo nell'area scelta e non c'è nessuno, wow. 
Cambio in manuale e via, per capire l'erogazione. Il V8 aspirato spinge forte subito (beh, è un 5mila e 5), ma fino a 6.500 giri circa è solo da sportiva cattiva. Ma è quando arrivi un filo sopra che si scatena. E' come ci fosse un turbo vecchia maniera, quelli o tutto o niente: la tonalità di scarico diventa entusiasmante e la Corvette viene sparata come una scheggia fino alla soglia degli 8.500. Urla di fuori (il sound) e urla di dentro (io); è droga, adrenalina pura sparata in vena. Roba che nessuna elettrica, per esagerata che sia, può darti. Unico appunto, la dosabilità dei freni, che attaccano duro subito.
Sono d'accordo anche gli operai che tagliano l'erba a bordo strada, che mi fanno il pollice e mi incitano a darci dentro. Ma per un'auto così ci vuole una pista o quantomeno un bel misto veloce (molto veloce) per poter metter qualcosa più della terza; nessuna verifica dello 0-100 con il launch control, quindi, ma mi fido.
Tempus fugit e in un attimo l'orologio mi ricorda che devo riconsegnarla. Peccato ci avrei passato tutto il giorno.

Da CAVAUTO mi aspetta la E-Ray; passo dal Roswell Green al Competition Yellow. Non c'è più il mega alettone, sostituito da uno più discreto e aderente. Tutta l'aerodinamica è meno estrema, la coda ricorda quasi una Camaro, ma resta comunque un'auto halo, te ne accorgi da quelli che ti indicano lungo la strada. Qui il gruppo ibrido costituito dall'aspirato da 6.2 litri e dal motore elettrico che agisce sull'anteriore spara 644 CV e 803 Nm complessivi di cui più di 500 dal gruppo termico.
Non è la Z06, ma spinge forte da subito grazie alla maggiore coppia e all'azione del motore elettrico che è istantaneo nell'erogazione, basta un pressione un filo maggiore sul gas e il cambio scala alzando il regime; forse la sua prontezza è addirittura un po' eccessiva nel traffico.

Già il traffico, che da prima è pure aumentato. Beh con la E-Ray ci puoi andare in giro anche tranquillo, c'è pure lo star&stop che ti assiste ai semafori. Il sound è quello dei classici V8 crossplane, un burble assai gratificante e se vuoi sentirlo meglio puoi aprire il tettuccio (anche in movimento fino a 50 km/h) e trasformarla in una roadster. I comandi sono gli stessi della sorella più cattiva e l'allungo sembra addirittura maggiore e senza bisogno di tenere il motore particolarmente alto di giri. La zona libera però non è più così libera e mi devo accontentare di qualche sparo rubato; ma anche questa è una Corvette. Anzi è decisamente più facile da usare dell'altra: sospensioni umane, andature a passeggio consentite, retrovisore ottico oppure display, telecamera posteriore per le retro.
Non ho poi tutto 'sto tempo e anche qui siamo agli sgoccioli; qualche allungo per godermi il sound, ma anche con la E-Ray occorrono pista o misto veloce.
Quando la riconsegno ho un sorriso stampato, che passa sopra anche a piccoli difetti, il clima che non si regola a mezzi gradi, le alette parasole non molto efficaci.
Quisquilie, perché pur con i costi di importazione, le Corvette sono assai più affordable della concorrenza, con l'atout di una manutenzione meno costosa e frequente.
Il bello delle sportive yankee.

05 ottobre 2026

Lo stop cinese sulle Bev

In Cina quattro concessionari su cinque non accettano elettriche con più di cinque anni in permuta. Il motivo non è un difetto tecnico, ma il valore della batteria.


I fenomeni di massa si accompagnano sempre a una dose di problemi; in Cina ne sono nati sul mercato dell'usato elettrico. Secondo l'Agenzia internazionale dell'energia (Global EV Outlook 2026), circa l'80% dei concessionari cinesi di usato rifiuta le elettriche a batteria con più di cinque anni. Il motivo è semplicemente l'incognita di quanto valga una batteria.
I numeri danno la scala. Nel 2025 in Cina sono state vendute oltre 13 milioni di elettriche (Bev e plug-in) e ne circolavano circa 44 milioni. L'usato ha superato 1,5 milioni di unità, circa l'8% del mercato di seconda mano. Intanto i valori residui calano: nel 2024 un'elettrica di tre anni conservava circa il 46% del prezzo originario, contro il 55% dell'usato nel suo complesso, e a fine 2025 la media di Bev e plug-in è scesa al 42%. Pesa la rapidità con cui arrivano modelli nuovi, con più autonomia e prezzi più bassi.


Eppure la batteria, da sola, non giustifica il fenomeno. L'ultimo studio Geotab, su oltre 22.700 veicoli e 21 modelli di flotte nordamericane, indica un degrado medio del 2,3% annuo (era l'1,8% nel 2024). A pesare maggiormente è la potenza di ricarica; chi usa spesso la corrente continua oltre i 100 kW arriva fino al 3% annuo, contro circa l'1,5% di chi ricarica a potenze inferiori. Ma il vero nodo è l'assenza di uno standard condiviso per tradurre lo stato di salute in valore: due auto identiche per anno e chilometri possono valere quindi diversamente.
Il fenomeno non è solo cinese. Nei cinque principali mercati europei (Francia, Germania, Italia, Spagna e Regno Unito) il valore residuo delle Bev è sceso da circa il 50% del 2022 al 35% del 2025, mentre il mercato nel suo insieme è passato da circa il 60% al 50%. Con un export cinese che nel 2025 ha superato i 2,5 milioni di elettriche, la questione contagerà necessariamente quelle auto nei Paesi dove arrivano. 

01 ottobre 2026

Mazda ripensa al Wankel?

Il motore rotativo Mazda potrebbe lasciare il ruolo di semplice generatore. Lo afferma Moritz Oswald, product-planning manager di Mazda Motor Europe.

In un'intervista a Car Magazine, racconta come la Casa continui a valutare una configurazione in cui il rotativo contribuisca direttamente alla trazione. Va però chiarito che non è stato indicato alcun modello, né una data di produzione e nemmeno una sigla RX in prospettiva. Più che un annuncio, è quindi una linea di sviluppo ancora in valutazione. 
La distinzione è d'obbligo, poiché oggi l'unica Mazda Wankel è la MX-30 R-EV, con il monorotore connesso a un generatore, mentre la trazione è affidata al solo motore elettrico. Una soluzione sensata sul piano tecnico, ma lontana da ciò che gli appassionati associano al Wankel, dalla Cosmo fino all'ultima RX-8, uscita di scena da quasi 15 anni.


Secondo Oswald, il fascino del rotativo non sta nell'efficienza, ma nell'esperienza di guida. Il modo in cui sale di giri, il suono, le vibrazioni; per far vivere tutto questo al guidatore, il motore deve poter essere percepito, non relegato a un generatore a regime costante.

Confermo, perché ricordo come alla presentazione in pista della RX8 a Laguna Seca l'assenza di fuorigiri consentisse allunghi entusiasmanti senza timori di rompere. Anche se la potenza non era esagerata (e la coppia ancor meno), il piacere di guida era sicuramente notevole.

Resta la difficoltà di ottemperare pienamente alle norme anti-inquinamento, ma per fare ciò  il manager ha evocato un sistema ibrido in cui l'auto parte sempre in elettrico e il rotativo entra in gioco solo in seguito, precisando che in teoria le strade possibili sono molte. Ipotesi di lavoro dunque, non sistema annunciato. Escluso invece l'abbinamento con il CVT, giudicato penalizzante per cambiate e coinvolgimento.
Sul piano tecnico esiste un brevetto Mazda del 2023 per un sistema di ricircolo dei gas di scarico specifico per il rotativo. Resta da capire quanto aiuti: con una camera di scoppio allungata, gli incombusti sono già un punto delicato, mentre i consumi specifici vanno tenuti sotto controllo. Per ora, dunque, Mazda parla di ibridi e brevetti, non di una nuova coupé. Ma la porta, per un rotativo che torni a spingere le ruote, resta aperta.

30 settembre 2026

La politica UE, dogma contro fisica

Zero grammi al chilometro è il valore con cui l'UE certifica ogni auto elettrica; una finzione contabile che valuta solo lo scarico e ignora miniere, celle, fabbriche e mix elettrico. 

Uno studio dell'università di Monaco (TUM), pur indicando in media il 41% di CO2 in meno per le elettriche, mostra una forbice che va dal -89% al +21% rispetto ai termici comparabili. Se il risultato dipende così tanto da come e dove si produce, un conteggio fisso a 0 g/km non è politica industriale, ma fede.
La fisica, poi, è meno indulgente della burocrazia. Le batterie agli ioni di litio offrono circa 250-300 Wh/kg, contro i 12.000 Wh/kg del jet fuel, un rapporto di circa 35 a 1; benzina e gasolio valgono 12,2 e 12,7 kWh/kg. Il motore elettrico rende molto meglio di un termico, ma anche dopo le perdite la benzina porta alle ruote circa 1,7 kWh/kg, oltre sei volte una batteria attuale. In aviazione, dove ogni chilo pesa, il divario è enorme: il MIT indica in circa 1.000 Wh/kg la soglia minima per l'aviazione elettrica e nemmeno con quel valore si volerebbe tra continenti. Oggi siamo a meno di un terzo di quella soglia. Gli aerei a batteria restano quindi un affare di voli brevissimi, con margini di riserva risicati, non di trasporto regionale di massa.

Lo stesso vale per l'auto: il pieno si fa in cinque minuti quando serve a te, non quando decidono la rete e la colonnina. Finché l'energia a bordo sarà una frazione di quella di un serbatoio, il viaggio elettrico resterà un viaggio pianificato. Le batterie litio-aria, che in teoria si avvicinano alla benzina, e il prototipo da 1.200 Wh/kg sono per ora promesse, non produzione industriale. 


La natura, poi, non firma regolamenti. L'Etna emette oltre 9mila tonnellate di CO2 al giorno, circa 3,3 milioni l'anno, quasi l'1% dell'Italia, con parossismi imprevedibili e ricorrenti come quello dell'estate 2026. Il vulcano non decide il clima globale (circa 0,3 miliardi di tonnellate vulcaniche contro oltre 42 di origine umana), ma una parte del bilancio sfugge a ogni direttiva, mentre Bruxelles inchioda i costruttori ai decimali di grammo.


E il conto infatti lo pagano loro, 14,4 miliardi di debiti teorici in CO2 tra gennaio 2025 e agosto 2026, con crediti che finiscono soprattutto a marchi extraeuropei come Tesla e BYD. 
Infine il divieto di vendere auto a benzina e Diesel dal 2035, emblema di un integralismo ideologico. Dopo anni di pressioni, la Commissione ha proposto di ridurre il taglio dal 100% al 90%, aprendo a biofuel ed e-fuel; la neutralità tecnologica aveva ragione. 

L'elettrico ha un ruolo, ma farne l'unica strada, ignorando la fisica e con un metro di misura truccato, è ideologia deteriore, quella (si spera ancora per poco) dominante alla UE. 

Petrolio, il crollo dopo Hormuz?

Con il Brent attorno a 100 dollari e lo Stretto asiatico quasi chiuso, chi fa il pieno ha smesso di sperare in un ritorno alla normalità, ma...