10 aprile 2026

Riscrivere la storia

Non il ritorno nel 2027 come model year 2028. Non il fatto che non sarà elettrica. Nemmeno la nostalgia per i V8. Il punto è dove nasce.


C’è un dettaglio che nei rumor sul ritorno della Chevrolet Camaro rischia di passare inosservato, ma è proprio quello che conta. La nuova vettura, secondo le indiscrezioni più consistenti, condividerà architettura e linea produttiva con la futura Cadillac CT5 e con una nuova berlina Buick. Stessa piattaforma Alpha 2, stessa fabbrica, stesso impianto industriale. Ciò significa che la pony car non è più un oggetto a sé, ma un derivato. 
Ed è qui che cambia tutto. Per anni la Camaro è stata letta come simbolo di emozione, eccesso, identità americana. Ma nel momento in cui General Motors decide di farla rientrare in una logica di piattaforma condivisa con berline premium, il messaggio diventa un altro. Non è più un ritorno romantico ma una razionalizzazione, che si sposa con un altro dettaglio interessante, il rilancio delle berline.


Il mercato, nel frattempo, manda segnali contraddittori. Da un lato l’elettrico rallenta, dall’altro le sportive termiche non spariscono, anzi. La Ford Mustang cresce, resta sola nel segmento e si prende tutto lo spazio disponibile. Non perché il mondo sia tornato indietro, piuttosto perché nessuno ha più voglia di presidiare quella nicchia. Ma GM ora sembra aver trovato il modo di farlo senza pagarne il prezzo. Riutilizzare una base tecnica già ammortizzata, condividere componenti, concentrare la produzione. La Camaro diventa così un prodotto a costo marginale ridotto, capace di vivere anche con volumi limitati. Non deve più giustificare da sola la sua esistenza. Le basta esistere dentro un sistema. E il tema del motore segue la stessa logica. Che sia V6, V8 o un ibrido leggero, non è una scelta ideologica ma di portafoglio: sfruttare ciò che già c’è, adattarlo, estenderne il ciclo vita. In un’epoca in cui ogni investimento è scrutinato, la performance diventa una variabile subordinata all’efficienza industriale.


Il risultato è paradossale solo in apparenza. La Camaro potrebbe tornare proprio perché non è più centrale. Non più simbolo di un’epoca; ora sottoprodotto intelligente di una piattaforma.
E forse è l’unico modo, oggi, per tenere in vita certe auto senza trasformarle in esercizi di marketing o reliquie elettrificate. Nel business dell’incertezza, sopravvive chi riesce a nascondere il rischio dentro la struttura. GM non rilancia un’icona, abbassa solo la soglia necessaria per permettersela.

09 aprile 2026

Futuro a pistoni

L'ingresso di capitali arabi nella McLaren prospetta il futuro delle supercar britanniche. Che sarà tutto a combustione.


McLaren non sta preparando una rivoluzione elettrica, ma piuttosto, un cambio di scala. La fusione con Forseven (startup ingegneristica brit) sotto il controllo di CYVN (fondo sovrano di Abu Dhabi) non è un’operazione difensiva, ma un reset industriale che porterà più capitale, più piattaforme, più modelli. E un messaggio molto chiaro alla clientela: il cuore McLaren resta il motore termico. 
Il primo indizio è temporale. Entro l’estate verranno svelati i primi passi del piano, ma le concessionarie hanno già visto le future auto in forma definitiva. Una roadmap già perfettamente definita fino al 2030, basata su powertrain a combustione, seguendo quella che ormai è la domanda reale del segmento.


Il secondo indizio è tecnico. La produzione McLaren oggi comprende tre livelli, V8 biturbo puro (750S, GTS), ibride ad alte prestazioni (Artura) e hypercar elettrificata (W1). In tutti i casi, il propulsore non è un accessorio, ma l’elemento che definisce carattere, risposta e peso. L’ibrido non sostituisce il termico, lo amplifica. E lo schema viene esteso.
Qui entra Forseven. La startup lavora su architetture più versatili, potenzialmente anche su segmenti diversi dalle due posti centrali. L’obiettivo implicito è portare McLaren oltre la nicchia, con più prodotti, forse nuove strutture, ma lo stesso DNA. In questo contesto, il motore a combustione diventa una piattaforma modulare.


E l’elettrico? Rimandato, non negato. La posizione ufficiale è: arriverà quando il cliente lo chiederà davvero. Ergo oggi quel cliente non lo chiede, non nel modo in cui McLaren intende l’auto. Perché il tema non è la potenza, ma il feeling dinamico basato su massa, sound, risposta ai comandi.
McLaren non insegue la transizione, la filtra. Fino al 2030 il baricentro resta il motore a combustione, sempre più ibridizzato e raffinato. Le elettriche restano sullo sfondo, come opzione tattica. McLaren prova a monetizzare ciò che gli altri stanno abbandonando. E a farlo finché ha ancora valore. 

08 aprile 2026

La realtà al centro

Da un lato la promessa di ricariche sempre più rapide, dall’altro il comportamento reale degli utenti, che racconta una storia molto diversa.

Il caso BYD è emblematico. Con il sistema flash charging da 1.500 kW e la Denza Z9GT capace, sulla carta, di recuperare 500 km in cinque minuti, il costruttore cinese sposta il benchmark verso tempi da rifornimento tradizionale. Ma è una prestazione di picco, legata a condizioni ideali e a un’infrastruttura dedicata, con accumulo e gestione energetica avanzata. Non è, almeno per ora, lo standard d’uso. Anche perché pure nei Paesi più sviluppati della UE, colonnine da 1,5 MW (l'assorbimento massimo di 500 appartamenti, per la cronaca), non possono certo divenire lo standard.


La risposta di BMW è meno spettacolare ma più sistemica. I nuovi modelli su architettura a 800V, come BMW iX3 e BMW i3, si fermano a 400 kW di picco; abbastanza per recuperare centinaia di chilometri in pochi minuti, ma senza compromettere durata, sicurezza e costi. Il punto è quindi ingegneristico, poiché aumentare la potenza significa maggiore stress termico, complessità del sistema di gestione della batteria e possibili riduzioni sistemiche di affidabilità e ciclo vita. In altre parole, la velocità estrema esiste, ma ha un prezzo.


Eppure il vero dato che ridimensiona il confronto arriva dagli utenti. Negli Stati Uniti, fino all’86% dei proprietari ricarica regolarmente a casa. In Europa il quadro è più frammentato ma convergente, circa l’84% ha accesso a una ricarica domestica o semi-privata e la maggioranza carica di notte. Non solo. Molti non sfruttano nemmeno le opzioni più semplici di ottimizzazione, come la ricarica programmata nelle fasce off-peak, nonostante sia la leva principale per ridurre i costi. 
Emerge la contraddizione strutturale della mobilità elettrica. L’industria comunica la BEV come un’auto da rifornire velocemente, replicando il paradigma termico. Ma nella pratica, la BEV è un oggetto che vive di lentezza, che si ricarica quando è ferma, soprattutto a casa, e premia chi integra il gesto nella propria routine energetica.


La corsa ai megawatt, quindi, è reale ma parziale. Serve per i viaggi, per chi non ha accesso domestico, per abbattere l’ansia residua. Ma il cuore dell’esperienza resta altrove, nella presa di casa, nella notte, e nella capacità (ancora poco sviluppata) degli utenti di gestire attivamente tempi e costi della ricarica. È lì che si gioca la vera efficienza del sistema

In definitiva tutta la mobilità elettrica si mostra una volta di più scollegata dall'utilità d'uso, peso invece di risorsa. Non ci si schioda dalla principale differenza tra ICE e BEV: le prime utili a chi le usa, le seconde con il possessore al loro servizio.

02 aprile 2026

Petrol from beer

Non ho resistito alla tentazione di un pesce d'aprile, tanto più attuale visto il periodo di crisi petrolifera.

Ridiamoci su, visto che è l'unica cosa concreta che possiamo fare in un momento difficile come questo. Vorrei condividere con voi l'ispirazione del pesce che ha contraddistinto il mio pezzo di ieri.
Quanto ero ragazzo, guardavo alla TV un children's drama della BBC che mi piaceva moltissimo e il cui arco narrativo, un po' spionistico e un po' avventuroso, vedeva le peripezie di uno scienziato strambo che cercava di rubare a un collega una formula, the formula to make petrol from beer

Ecco, per strappare un sorriso ho immaginato che quella formula esista davvero, traslandola dalla birra agli scarti fognari, certamente più inquinanti e meno gustosi della birra. Buona Pasqua a tutti. 

01 aprile 2026

Benzina dalla birra

Un protocollo sviluppato dall'università di Reindeer consente di trasformare a basso costo scarti biologici fermentati in carburante leggero.

Una scoperta epocale quella degli scienziati svedesi che, dopo aver modificato geneticamente i lieviti  comunemente utilizzati per produrre la birra, sono riusciti a far loro generare butanolo, un alcool che può essere usato nei motori con un rendimento maggiore rispetto all'etilico, perché ha una densità maggiore della benzina e non assorbe umidità.
La grande novità viene però dalla materia prima impiegata per il processo: scarti biologici fognari, risorsa presente in grandi quantità un po' ovunque nel mondo. Il processo industriale sviluppato dagli scienziati svedesi riesce dunque a trasformare un problema di smaltimento in una risorsa energetica, con il vantaggio di impiegare strumenti a bassa tecnologia e basso costo che possono collocarsi ovunque.

Siamo ancora agli inizi di quella che potrebbe essere una rivoluzione nel mondo della mobilità e dell'industria, che lascia intravedere una transizione dai combustibili fossili a una nuova generazione di alcoli più efficienti dal punto di vista della combustione dei soliti disponibili sul mercato e, soprattutto, prodotti a costo inferiore ai raffinati dal petrolio. Il butanolo ha infatti un potere calorifico tra 33 e 36 MJ/kg a fronte dei 42-44 della benzina, ma superiore ai 27-30 MJ/kg dell'etanolo. La sua combustione è poi più pulita e privi di residui, mentre data la provenienza da scarti biologici c'è la compensazione del bilancio di CO2.

Non resta che augurarsi che l'attuale produzione sperimentale dia luogo a impianti industriali veri e propri, tanto più utili nell'attuale periodo di crisi energetica.

31 marzo 2026

Back & forth

Concetti meccanici del passato rielaborati in chiave moderna; come si tiene viva l’auto nell’era dell’elettrificazione.

Due notizie, due filosofie, un’unico approccio: integrare nel progetto auto il meglio di due mondi. Da un lato la Audi RS5, che porta al debutto un torque vectoring elettromeccanico capace di generare coppia localmente grazie a un attuatore elettrico. Non si limita più a spostare la spinta, la costruisce, anche in rilascio e in frenata. È la trasformazione definitiva della dinamica in software, sensori, attuatori, logica predittiva. L’auto non reagisce, decide; resta il fatto però che un sistema dual motor realizza un torque vectoring puro, mentre questo è un ibrido intelligente tra meccanica ed elettrico, compromesso ottimizzato ma non assoluto.


Dall’altro la Chevrolet Corvette Stingray, che risponde in modo opposto. Il nuovo V8 LS6 resta fedele alle aste e bilancieri, due valvole per cilindro, camme nel basamento. Un’architettura che in Europa sarebbe considerata archeologia tecnica. Eppure tira fuori 535 CV da un aspirato con 13:1 di compressione. Non è nostalgia, si congela la meccanica di base e si spinge tutto il resto, combustione, raffreddamento, fluidodinamica, fino al limite.


Audi e GM stanno risolvendo lo stesso problema in direzioni opposte. La prima aggiunge complessità per controllare ogni variabile; il torque vectoring diventa uno strumento per mascherare massa e inerzie dell’ibrido, trasformando i limiti in comportamento. La seconda sottrae complessità dove non serve e la reinveste dove conta, efficienza reale della combustione, erogazione, carattere. Non rincorre il downsizing, ma lo aggira.


Il risultato è un paradosso solo apparente. L’innovazione non è uniforme ma mirata. Audi dimostra che l’elettronica può sostituire la meccanica nel definire la dinamica. Chevrolet che una meccanica vecchio stile può restare competitiva se circondata da tecnologie moderne. Due strategie con lo stesso obiettivo, mantenere desiderabile un oggetto che rischia di perdere il suo diritto di esistenza.
Nel mezzo c’è la verità industriale del presente: l’auto sopravvive quando riesce a dare qualcosa che l’elettrico puro non offre ancora. Per Audi è il controllo assoluto del comportamento. Per Chevrolet è la fisicità della combustione. Un po' la stessa contrapposizione filosofica che esiste tra Airbus Boeing; in entrambi i casi, non si tratta di conservare o innovare, ma di scegliere con precisione dove farlo davvero.

30 marzo 2026

Una B su due ruote

Se per l'auto sei out, forse qualche chanche potresti averla con la bici. Ma, rispetto al contesto, anche qui il prezzo è stellare.

Bugatti non ha costruito una bicicletta. Ha costruito un’ipotesi di possesso. La Factor One, prodotta in appena 250 esemplari e venduta a 23.599 dollari (ma in Europa il prezzo è vicino a 28.000 €), non nasce per rispondere a un bisogno funzionale, ma per attivare un desiderio. È la stessa grammatica del lusso estremo, solo trasportata su due ruote. Il punto non è andare più forte di tutti. Il punto è poter dire di avere qualcosa che quasi nessuno potrà avere.


Qui entra in gioco il vero motore del prodotto, la scarsità. Quando un oggetto è leggero, raffinato, costoso e deliberatamente raro, smette di essere un mezzo e diventa un segnale. Comunica competenza, gusto, disponibilità economica, appartenenza. Bugatti lo sa bene, e infatti il progetto non cerca il compromesso. Carbonio, componenti dedicati, dettagli esclusivi, colori e simboli di marca. Tutto serve a rendere immediatamente riconoscibile l’idea di eccezione.


C’è però un paradosso interessante. La bici richiama la velocità, ma non può davvero competere secondo le regole dell’UCI. È come molte auto di lusso; teoricamente capaci di prestazioni enormi, praticamente trattenute da limiti d’uso, di strada, di contesto. In questo spazio tra capacità e utilizzo nasce il valore simbolico. Non conta solo ciò che un oggetto fa. Conta soprattutto ciò che fa percepire. 

Per questo la Factor One è meno una bici e più un oggetto narrativo. Non serve a vincere una gara. Serve a vincere attenzione. E nel mercato del lusso, spesso, è la seconda la vittoria decisiva.

Riscrivere la storia

Non il ritorno nel 2027 come model year 2028. Non il fatto che non sarà elettrica. Nemmeno la nostalgia per i V8. Il punto è dove nasce. C...