Negli ultimi anni la Germania ha condizionato la politica automotive europea, tra aiuti di Stato e scelte su misura per i suoi costruttori. Oggi, con la Cina che si chiude, cerca soluzioni a una crisi che in parte ha determinato da sola.
L'ultima conferma viene dalla Svezia. Il bilancio Volvo del terzo trimestre ha tolto ogni dubbio: una perdita operativa di 5,6 miliardi di corone e 2.500 esuberi. Ed è ironico che a certifcarlo sia proprio un marchio controllato da una società cinese, Geely. Nel Celeste Impero la concorrenza locale ha praticamente azzerato la redditività dei brand premium storici; per l'ad Samuelsson, vendere laggiù auto sviluppate in Europa non funziona più.
Non è un caso isolato, Volkswagen perde il 30,2% nei nove mesi, con un -38,5% nel terzo trimestre. Mercedes cede il 31% nel trimestre e Porsche ha consegnato 21.493 auto, un terzo in meno.
Dove vendere ora? Gli Usa, secondo mercato di export per la UE, sono complicati dall’annuncio di dazi al 25%. E l’Europa è già affollata, poiché i marchi cinesi hanno ormai l’11,7% delle immatricolazioni, mentre VW stima un eccesso di capacità produttiva europea superiore a 500.000 unità. Non va meglio nei mercati emergenti, visto che a luglio il totale dell’export cinese è salito dell’88%.
Il problema, però, non nasce a Shanghai. Per anni Berlino ha modellato la propria politica europea sugli interessi dei suoi costruttori, che in Cina realizzavano circa un terzo delle vendite. Nell’ottobre 2024 la Germania votò contro i dazi UE sulle elettriche cinesi dopo aver sollecitato altre capitali a fare lo stesso e restò in minoranza. Intanto il Paese ha sostenuto con aiuti di Stato, autorizzati da Bruxelles (sempre accondiscendente con le scelte teutoni), la filiera delle batterie, compresi progetti a cui partecipa BMW. L’Europa è servita da sponda politica e industriale per presidiare la Cina. Ora che quel mercato si chiude, il conto arriva a tutti.
Che cosa resta? Più che altro un sensibile ridimensionamento. Volkswagen prevede per il 2026 un margine operativo non oltre l’1% e tagli fino a 100.000 posti. L’elettrico europeo cresce (Mercedes +61% nel trimestre) e Volvo punta su 13 modelli entro il 2030, una parte dei quali pensata per la Cina. E proprio ora Audi annuncia in Georgia il suo primo stabilimento americano, con produzione dall’inizio dei prossimi anni Trenta; terzo pilastro produttivo dopo Europa e Cina.
Gli investimenti, insomma, vanno dove il mercato li chiama, ma sempre meno in Europa.


















