30 aprile 2018

L'elettrico con la birra









La Nio EP9 è decisamente una supercar. Con il suo megawatt di potenza detiene attualmente il record sul giro al Nurburgring (rifatto e abbassato l'anno scorso a 6'45"90) ma non arriva all'assoluto della Porsche 956 di Stefan Bellof nel 1983, con 6' 11"130/1000. 34 secondi non sono quisquilie, ma in rapporto a un'auto da corsa super-evoluta sono accettabili. Anche perché se la paragoniamo con una Pagani, come potete vedere nel video, nonostante il peso più elevato la precisione di guida è maggiore e l'assenza di cambiate rende le accelerazioni più efficaci, con quasi 2 secondi di vantaggio alla fine. Certo, occorrerebbe far fare il giro con due auto allo stesso pilota e poi verificare, ma sul fatto che se gli dai birra il motore elettrico schioda non c'è storia. Il problema, lo sapete bene, è però proprio la birra, ovvero la batteria. Per fare il giro record, la Nio asciuga completamente l'accumulatore che in teoria le avrebbe garantito 450 km di autonomia, un calo dell'efficienza allo 0.05%. Roba accettabile solo in gara. D'altronde le soporifere Formula E non fanno molto meglio pur con la infinitamente inferiore potenza massima di soli 200 kW. E poiché la fisica sta lì e non muta a nostro piacimento è difficile che a costi ragionevoli ci siano soluzioni rapide per garantire autonomie potabili davvero. Ma sull'elettrico sono in giro un mare di soldi e con i soldi a volte i miracoli avvengono.

Il problema sono le persone









La tecnologia segue la sua evoluzione, ma non è detto che la gente sappia coglierne solo i lati positivi. Il che significa, calato nel contenitore guida autonoma, che poiché statisticamente il numero di idioti supera sempre quello delle persone dotate di raziocinio, se dai a un idiota la possibilità di usare l'auto in modalità autonoma prima o poi farà danni o peggio. E' il caso di Bhavesh Patel, cittadino britannico che è stato portato in tribunale e condannato per guida pericolosa. Il 20 aprile scorso la sua Tesla Model S 60 ha centrato un furgone delle consegne nella contea di St. Albans Crown Court, nell'Hertfordshire mentre lui sedeva al posto del passeggero lasciando guidare l'auto all'Autopilot. Il fatto è documentato, oltre che dal report dell'incidente eseguito dagli agenti di polizia intervenuti sul posto, da un video girato poco prima dell'incidente da un altro automobilista che percorreva la stessa dual carriage road. A Patel è stata sospesa la patente per 18 mesi; è stato condannato poi a 100 ore di lavori socialmente utili e a una multa di 1.800 sterline. Dal canto suo ha dichiarato che voleva semplicemente sperimentare una delle amazing feature della Tesla e che è si è trattato solo di sfortuna. Dipende da come la guardi. Forse di fortuna ne ha avuta invece parecchia ma non se ne rende ancora conto. Certo che se le auto self driving si diffonderanno di fortuna ne occorrerà parecchia a tutti.

27 aprile 2018

Tesla perde pezzi





No, non parlo di pezzi meccanici, ma di personale. Il capo del progetto self driving, Jim Keller, se n'è andato sbattendo la porta dopo poco più di due anni dalla sua assunzione. E' il più recente di una serie di capi e sottocapi che hanno lasciato l'azienda negli ultimi tempi: Eric Branderiz (capo contabile e tesoriere) e Susan Repo (vice presidente finanza) in marzo, Jon McNeill (capo vendite globali) in aprile. Non vi sarà sfuggito che, a parte l'ultimo caso, gli altri hanno tutti a che fare con la finanza, il che lascia intendere problemi riguardo la gestione economica dell'azienda. Ma, tornando all'Autopilot, ci sono voci insistenti di un problema di efficacia del dispositivo, alla luce degli ormai numerosi incidenti registrati e della incipiente concorrenza da parte degli apparati sviluppati soprattutto da GM e Mercedes; in prospettiva c'è poi la concorrenza di Porsche e Jaguar con i propri modelli elettrici. Insomma la fiducia nel progetto del tycoon comincia a vacillare dall'interno, mentre di certo la scelta di scaricare tutta la colpa sul guidatore (morto) nel caso dell'incidente in California non ha giovato all'immagine globale del marchio. 

Ford paga pegno in Australia







Gira gira, il comportamento delle Case di fronte ai problemi (tecnici intendo) inizialmente è sempre lo stesso: negare, negare comunque. E molte volte questa politica ha dato i suoi frutti, perché o il questuante di turno si stufava di chiedere oppure la soluzione scaturiva dagli eventi in successione, piuttosto che dall'evoluzione tecnica. Ma è accaduto pure sia andata male di brutto, vedi VW; ed è andata male anche alla Ford, che in Australia è stata condannata alla multa più onerosa mai applicata a un costruttore sul Continente: 10 milioni di dollari. L'ente di protezione dei consumatori aussie aveva infatti fatto da collettore per le proteste di numerosi possessori di  Focus, Fiesta ed EcoSport con trasmissione Powershift (10.500), che tra il 2015 e il 2016 lamentavano sulle proprie auto problemi al cambio che andavano dalle vibrazioni ai sussulti e alla perdita di potenza; problemi che hanno implicato soste in officina con riparazioni e costi accessori a loro carico. Ford aveva preso la piega di ripondere a tutti che i difetti erano da imputare a uno stile di guida inadatto, negando ogni addebito. Ma il marchio non ha fatto i conti con la tenacia degli australiani, che hanno portato il caso fin davanti alla corte federale di Sydney, la quale ha stabilito come Ford avesse già appurato trattarsi di un problema tecnico irrisolto e negasse le resposabilità in attesa di trovare una soluzione. GraemeWhickman ceo di Ford ha accolto quindi verdetto e sanzione facendo ammenda, ammettendo la malafede e riconoscendo la cattiva gestione del problema. Non è ancora chiaro però come si risolverà la questione economica nei confronti dei malcapitati clienti.

26 aprile 2018

Alla faccia della standardizzazione









Ford ha in mente una decisa ristrutturazione della gamma di vetture basse destinate al mercato nazionale, intese come auto dall'impostazione telaistica classica in alternativa a Suv&C a scocca rialzata. Dal 2020 o giù di lì solo Mustang e Focus Active in gamma, per lasciar spazio a Suv, pickup e van che saranno invece declinati nelle consuete tentacolari versioni. Per gli analisti di mercato yankee, quindi, la strada del crossover è senza ritorno e questa scelta è stata confermata durante la presentazione dei risultati economici del primo quadrimestre 2018, dopo le premesse del mese di ottobre 2017. La decisione implica che i 7 miliardi di dollari destinati allo sviluppo di auto tradizionali saranno dirottati alle alternative a scocca alta e alla incipiente mobilità elettrica che Ford ha in mente di approcciare con una modalità parecchio aggressiva. Oltre alla versioni ibride, infatti, entro il 2022 saranno lanciate ben 16 auto a batteria, con l'incipit di una Suv elettrica da 480 km di autonomia per il 2020. Trattandosi di un costruttore globale, c'è da attendersi qualche riflesso anche sui mercati esteri e in particolare su quello europeo; staremo a vedere se lo standard Usa varrà anche dalle nostre parti.

Ma sì, esageriamo!





Sarà la guerra commerciale che i cinesi più o meno applicano a tutti; sarà spirito di onnipotenza (speriamo solo) infantile. Sta di fatto che al salone di Pechino attualmente in corso BAIC ha presentato nientemeno che la copia del 6x6 AMG basato sulla G63, quello costruito da Magna Steyr nel 2013 ma nato due anni prima per l'esercito aussie. Tranne per la trazione multipla, comunque, niente di nuovo, poiché BAIC da anni vende regolarmente la sua copia della Gelandewagen. A dire il vero, però, più che di una copia si tratta di una sorta di licenza sottobanco, visto che Daimler possiede il 12% dell'azienda cinese ed entrambi coooperano alla Beijng Benz, la Mercedes China. La BJ80 6x6 comunque (nome ufficiale del clone) non sfoggia il poderoso V8 biturbo di Affalterbach da 563 cavalli, ma un più modesto 2.3 litri a quattro cilindri, pur turbocompresso, da 250 CV. Abbastanza per divertirsi? Forse di no, ma per muoversi in off road bastano di di sicuro.

23 aprile 2018

Il carbonio scende dall'Olimpo





Magna è una multinazionale dell'automotive, un fornitore di parti complete come chassis, sistemi di trazione e dispositivi elettronici un po' per ogni costruttore, ma capace anche di progettazione di vetture complete e dello studio di applicazione industriale di nuove tecnologie. Come nel caso delle fibre di carbonio, riservate sinora a vetture top con lavorazione di tipo semi-artigianale,  eccettuato il caso delle i di BMW, uniche a impiegare un processo industriale per le scocche. Ora però Magna ha messo a punto un sottotelaio anteriore per le Ford Fusion Usa (diverse da quelle europee con lo stesso nome, di fatto delle Mondeo) che a Dearborn (sede Ford) stanno sottoponendo a test di affidabilità. Se il particolare verrà approvato sarà il primo impiego su larga scale della fibra per prodotti di massa, con un risparmio nel caso specifico del 34% in peso rispetto al componente in acciaio. Magna ha già pronte altre parti di telaio, che garantirebbero analoghi risparmi di peso con caratteristiche di rigidità e resistenza superiori a quelle tradizionali. Unico problema, la dissipazione di energia in caso di urto, inadatta alle attuali specifiche di sicurezza. Ford continuerà quindi a impiegare strutture metalliche che in caso di urto sostengano l'impatto, limitando al 5% la quota di energia cinetica che il particolare in carbonio debba dissipare. Ciò limita il campo di utilizzo del composito, che ha comunque l'atout di consentire un consistente risparmio di costo in catena, visto che i pezzi in fibra arrivano già formati e pronti per l'installazione senza necessità di saldature e pre-assemblaggi in loco. L'era del carbonio a basso costo è alle porte.

Arrivano le multe per le autonome

In California sono state approvate nuove regole che permettono di multare direttamente i produttori di veicoli robotici in caso di infrazion...