Mentre la UE va avanti a proclami ideologici, in Burkina Faso sta avvenendo la vera transizione energetica. Sostenibile.
Dal colpo di stato del 1983, l'Alto Volta, ribattezzato un anno dopo in Burkina Faso, è un Paese guidato da una leadership militare, vicina alla Russia e distante dall’occidente tradizionale. Il Paese, ricco di oro ma storicamente povero e sinora dipendente dalle importazioni energetiche, sta delineando oggi una strategia economica che punta su risorse locali e tecnologie verdi, investendo sia nel settore minerario sia in quello energetico e manifatturiero.
Quarto produttore d’oro in Africa (oltre 57 tonnellate estratte nel 2023), ha cominciato a trattenere parte di tale produzione nei propri arsenali finanziari, sul modello attuato dal 2022 dalle banche centrali mondiali. In parallelo, promuove l’innovazione industriale con la realizzazione di ITAOUA, prima auto elettrica nazionale, pensando nel contempo a incrementare la capacità solare per aumentare l'offerta interna e creare una rete di ricarica efficiente.
A Ouagadougou, nell’impianto di Ouaga 2000, è stato lanciato a febbraio il primo marchio 100% burkinabé di veicoli elettrici, ITAOUA. Il suo primo modello si chiama Sahel, interamente progettato e assemblato da ingegneri locali. Vanta prestazioni notevoli: batteria progettata in patria, autonomia di circa 330 km e ricarica all’80% in soli 30 minuti. Alcune fonti parlano addirittura dell'integrazione nella vettura di pannelli solari per estendere l’autonomia nei centri rurali.
Oltre a inviare un segnale di sovranità tecnologica (le batterie non impiegano know how occidentale), il progetto mira a stimolare l’economia locale: prevede infatti la creazione di centinaia di posti di lavoro qualificati nell’ingegneria, nell’assemblaggio e nella manutenzione, contribuendo così alla crescita economica e riduzione della disoccupazione del Paese.
Nessun dato ufficiale sulle vendite, ma con un mercato annuo sotto le 1.000 unità ed essendo l'elettrico un segmento ancora sperimentale persino poche unità sono già un successo.
Sul fronte minerario, il governo attua un’intensa politica di nazionalizzazione dell’oro. Attraverso la nuova società statale SOPAMIB, il Burkina ha acquisito asset strategici da società occidentali. Ha annunciato anche di costituire per la prima volta nella sua storia un fondo aureo nazionale: circa il 5% della produzione d’oro annua, un paio di tonnellate, verrà accantonato come riserva interna. L’obiettivo ufficiale è ottimizzare lo sfruttamento a vantaggio della popolazione e rafforzare la sovranità finanziaria del Paese. Questa politica dovrebbe garantire una copertura delle riserve valutarie indipendente e creare un cuscinetto economico per crisi future.
Parallelamente, il Burkina Faso accelera sulla transizione energetica. Con circa 92 MW installati attualmente, guida la produzione solare nell’Africa Occidentale. Progetti recenti aumentano sensibilmente questa capacità: il parco fotovoltaico di Donsin (25 MW + buffer da 20 MWh) sarà realizzato con un prestito cinese di 45,7 mln di euro. A Dédougou è in via di completamento un impianto da 18 MW finanziato dalla Banca Africana di Sviluppo. Inoltre l’azienda francese Qair ha inaugurato nel 2024 il parco di Zano (24 MW), che iniettando circa 38 GWh/anno nella rete serve l’elettricità a 19.000 utenze.
Il Governo ha fissato come obiettivo nazionale il 50% di copertura elettrica rurale entro il 2028, combinando rete e mini-grid solari. Questi investimenti, con attori esteri (banche cinesi, società europee) coordinati con l’utility nazionale SONABEL, dovrebbero abbassare i costi dell’energia, ridurre le importazioni di elettricità e creare posti di lavoro nella filiera delle rinnovabili. Una filosofia che se diffusa potrebbe dare un nuovo volto all'Africa.




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