29 marzo 2019
Fuoco elettrico
Occasionalmente le auto vanno a fuoco. Non è comune, ma succede. Ovviamente, vista la ridottissima percentuale di auto elettriche rispetto al parco circolante, l'eventualità è statisticamente assai minore per vetture di questo tipo. Ma il problema è un altro. E' relativo infatti al tipo di incendio e, soprattutto, alla preparazione richiesta a chi deve affrontarlo, leggi i pompieri. Gli accumulatori al litio impiegano genericamente una reazione tra un anodo in carbonio e un catodo in ossido misto di cobalto con un elettrolita che è un sale di litio, tipicamente esafluorofosfato, tetrafluoborato o perclorato. In condizioni normali ci sono quindi in circolo (sì, perché occorre raffreddarli) composti organici molto tossici (altro problema su cui sinora si è passato il bianchetto), ma non particolarmente infiammabili. Se però le cose vanno storte, allora si può produrre litio metallico, che essendo il primo dei metalli alcalini è molto reattivo non solo con l'acqua, ma con tutta una serie di elementi, compreso l'azoto a temperatura ambiente. In più si può produrre idrogeno, che come sapete non è proprio un campione in campo ignifugo, Hindemburg docet. Di qui i problemi di spegnimento, che richiedono enormi quantità d'acqua e per stare sicuri, una vasca in cui immergere la vettura o almeno le batterie, ammesso che si possano separare dalla scocca. Ora, mi sembra chiaro che un dispositivo di tal genere non ce l'ha in tasca nessuno; è lo stesso problema delle camere iperbariche, tanto ingombranti e rare quanto difficili da spostare dove serve. Se la tanto auspicata diffusione delle elettriche procederà, dunque, occorre pensare a creare una struttura efficace per affrontare il fuoco elettrico. Poi, tanto che ci siamo, facciamogli fare anche dei corsi sulla fulminazione (le nuove batterie sono ad alta tensione); magari ci vorrà pure il contributo dell'antiveleni, visti gli elettroliti tossici. Bel panorama, non c'è che dire.
Elettriche e successo, binomio incerto
Stando al generale entusiasmo (che definirei quasi nazional-tecnologico) vigente in Europa per le auto elettriche, il solo passare da un motore a combustione a quello a batterie implica un automatico successo commerciale e finanziario dei vari attori del sistema. Problemi di autonomia, ricariche, incendi, rete di supporto: tutte bazzecole, quisquilie, pinzellachere, direbbe Totò, nulla che si possa opporre alla grande marcia verso il sole dell'elettrico totale. Ma pare non sia del tutto vero, quantomeno a guardare cosa capita a uno dei più ambiziosi attori del settore, quella Nio che detiene il record al Ring. Dopo aver accumulato perdite per 1,43 miliardi di dollari nel 2018, la società ha annunciato di aver cancellato i piani per lo stabilimento di Shanghai, rivolgendo le proprie speranze di sopravvivenza a un accordo con la statale JAC Motors per tentare di rimettere in sesto i conti. Sulla decisione pesa anche la nuova Gigafactory di Tesla, che sarà realizzata propro a Shanghai con un investimento di 7 miliardi di dollari e costruirà in loco anche la Model Y; un impianto che a regime dovrebbe produrre 500.000 auto. La normativa cinese sulle auto elettriche, infatti , prevede che in ogni grande città non possa alloggiare più di una grande azienda produttrice, allo scopo di evitare eccesso di offerta e problemi di spionaggio industriale. Evidentemente Nio ha fatto i propri conti e concluso che la decisione governativa (in Cina ogni scelta lo è) avrebbe privilegiato un investimento straniero con un blasone molto più affermato piuttosto che uno stabilimento costruito da un'azienda nazionale con i bilanci in rosso.
Smart entra nell'orbita Volvo
Dagli orologi svizzeri all'industria cinese. Sembra l'allegoria della storia economica dell'ultimo ventennio, che demandato all'outsourcing le sorti delle aziende europee. Invece è quella della smart, nata dall'idea di Hayek, patron della Swatch, e ora approdata a una joint venture al 50% tra Daimler AG e Geely, il colosso cinese che ha acquisito Volvo e Lotus. Il comunicato di ieri dell'ad di Mercedes, Zetsche, è in realta l'annuncio di un accordo preso parecchio tempo fa, che entrerà in fase operativa dal 2022 con la messa sul mercato della nuova generazione delle vetturette (un tempo) tedesche. La fase preparatoria dell'operazione è stata quella dell'annuncio del termine al 2020 della produzione delle smart con motore a combustione. Geely è infatti leader nel settore elettrico e intende fare della smart un simbolo dell'auto da città a batterie, per ironia proprio quello che era nelle idee iniziali di Hayek e che la realtà industriale del tempo (1989) negò per realizzare invece un prodotto più tradizionale. Solo smart elettriche, dunque, in futuro, prodotte in Cina negli stabilimenti Geely ma con progettazione Mercedes, che dividerà i costi di sviluppo acquisendo nel contempo tecnologie per implementare il settore EQ, quello dei veicoli elettrici della Stella. E la fabbrica di Hambach, e l'occupazione? Mercedes ha comunicato che nella storica fabbrica alsaziana la produzione verrà convertita a quella di un veicolo compatto elettrico della nuova gamma, mentre terminerà nello stabilimento Renault di Novo Mesto la produzione delle Forfour. Non credo ciò metterà fine alla collaborazione con Renault, ma di sicuro potrebbe subire contraccolpi il clone della Forfour, la Twingo. Le attività di entrambe le fabbriche continueranno comunque fino a fine anno, termine entro il quale le procedure finanziare e industriali di attuazione della joint venture saranno messe a punto. Nelle intenzioni dei due partner le furture smart diverranno una famiglia più allargata dell'attuale (Fortwo e Forfour), che comprenderà anche veicoli in estensione al segmento B e dotati di connentività e tecnologie di guida automatiche allo stato dell'arte. Vedremo però se tutto ciò non porterà i prezzi a livelli ai limiti superiori (quasi fuori a dire il vero) del mercato, problema storico di smart che ne ha limitato una grande diffusione e ridotto i margini di guadagno.
27 marzo 2019
Mors tua, vita mea
Sembra che la Brexit produca effetti del tutto diversi a seconda del costruttore coinvolto. Così, se Honda molla Swindon, BMW si dichiara interessata all'acquisto dello stabilimento. La Casa tedesca sarebbe infatti intenzionata a spostare in loco alcuni modelli, tra cui principalmente la produzione aggiuntiva della X1 seguendo l'ottima accoglienza del mercato per la linea. L'impianto nel Wiltshire ha inoltre un elevato livello di automazione, il che consentirebbe con costi globali relativamente contenuti il riassetto della BMW in UK, che si rumoreggia potrebbe fare a meno di una quota di forza lavoro locale. Lo scorso anno BMW tra serie 1, 2 X1, X2 e MINI ha venduto oltre 685.000 auto realizzate sulla piattaforma UKL1 a montaggio trasversale del motore e la concentrazione produttiva in un sito già avviato ed efficiente potrebbe ridurre i costi. Anche se occorre valutare l'impatto dei dazi in caso di hard Brexit. Ma forse i tedeschi sanno qualcosa di cui ancora noi non siamo a conoscenza.
Megasemaforo dalla Cina
Attualmente pare la Cina si stia concentrando sulla viabilità, da sempre punto critico per il popolatissimo stato asiatico. Per fare il paio con la via della seta, quindi, su scala più ristretta ma fonte di problemi quotidiani è stato sviluppato un nuovo tipo di segnalazione semaforica, che prevede oltre alla classica lanterna che anche il palo e il sostegno rizzonatle si illuminino in sync. L'esperimento è in corso a Kunshan, una provincia dellarea orintale dello Jiangsu e per gli automobilisti sarà difficile d'ora in poi dire di non aver visto con chiarezza il colore del semaforo. Sarebbe utile anche da noi? Mah, credo che le violazioni dalla nostre parti siano più che intenzionali; quindi quanto visibile sia un semaforo è secondario.
La più veloce è di nuovo a stelle e strisce
I record di velocità, sfide un po' d'antan su piste e laghi salati. Per la cronaca, attualmente il primato assoluto terrestre appartiene al Thrust SSC con 1.227,98 km/h, mentre quello su asfalto alla Koenigsegg Agera, con 445,63 km/h. Ma se i valori assoluti sono per la gloria, quelli stradali rientrano nel marketing, perché avere vagonate di soldi non ti fa diventare un asceta e i tuoi istinti e le tue voglie sono quelle di tutti; quindi avere l'auto più conta. Di qui la sfida continua per il primato, che ora annovera un ulteriore competitor: la MK2 Motorsport, tuner texano che ha preso una Ford GT del 2006 e ha modificato il suo V8 da 5,4 litri con l'aggiunta di turbo e iniezione di ossido di azoto per raggiungere così la potenza di 2.535 CV. Grazie a tutto ciò l'auto ha superato le 300 miglia orarie, per la precisione 300,4, pari a 483,34 km/h. Tecnicamente si tratta di un'auto stradale a tutti gli effetti e non ci sono notizie di una collaborazione con Michelin, attualmente l'unica a produrre gomme capaci di reggere oltre i 400 orari senza disintegrarsi dopo il primo tentativo. Resta dunque la curiostà dei particolari, che non sono ancora stati diramati. Il video infatti si riferisce agli spari sul classico quarto di miglio, dove, a dire il vero, la lentezza delle cambiate non lascia presagire tempi strabilianti. Ma per l'indomito spirito yankee quel che conta è che il record sia tornato a casa e se è stato fatto con un'auto artigianale ancora meglio.
26 marzo 2019
BMW e Toyota, alleanza rivista in chiave drift
BMW e Toyota hanno sviluppato assieme Z4 e Supra, bravi. Se però 340 CV sono sufficienti nel mood dell'Elica azzurra, risultano ahimé pochini se si considera che i jap chiamano Supra anche le versioni da corsa. Dev'essere stata questa l'ispirazione che ha spinto un fabbricante di cerchi come Alcar a realizzare la DOTZ Misano, che unisce la scocca di una Z4 coupé (quella vecchia) al 2JZ-GTE, il vecchio 6 in linea biturbo della Supra. Nell'ultima versione il motore erogava però solo 325 cavalli, parecchi per l'epoca d'origine, ma pochi in rapporto alle abitudini attuali. Un bel tuning ha spinto i ponies fino a 608 e reso l'auto una perfetta drifter, come mostra il video. Certo è una vettura dimostrativa per vendere i cerchi, estrema e forse anche un tantino difficile da omologare. Ma rimane comunque una bella bestia.
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