Il neo presidente Usa entra a gamba tesa sul tema elettrico con la cancellazione del Green Deal e la ripresa delle perforazioni.
Siamo abituati dal precedente mandato agli annunci e alle sparate di the donald, molti dei quali resteranno in ambito dialettico. Ma la presa di posizione contro il capitolo dell'elettrificazione forzata sostenuta dalla presidenza democratica è stata netta e immediata. Fuori dagli accordi di Parigi, niente più incentivi per le elettriche, ripresa di trivellazioni e ricerche petrolifere. Con il disappunto di Xi Jinping, che vede in pericolo le esportazioni di auto verso l'America.
Se Elon Musk, nel suo nuovo ruolo (anche) politico, esulta quindi per l'endorsement su Marte, dovrebbe essere meno allegro in qualità di maggior produttore Usa di auto elettriche.
Ma alcune sue recenti dichiarazioni sul futuro delle batterie e sui problemi legati ai loro materiali, oltre all'interesse verso l'idrogeno, sembrano lasciar presagire un cambio di orientamento o, forse, addirittura l'abbandono di Tesla. D'altronde il tycoon non è nuovo a netti cambi di business.
Visto dall'Europa, quella UE concentrata sull'ideologia più che sull'economia verde, tutto questo potrebbe essere l'annuncio di tempi difficili. Ma anche di una visione diversa, pur da concordare, del futuro della mobilità.
Che deve lasciare le prese di posizione pretestuosamente apodittiche e farne invece che abbiamo una logica coerente con gli interessi, quelli reali, dei cittadini del Continente.
Del resto in democrazia le scelte sono quelle della maggioranza e non di chi crede di avere dalla sua un salto graal che prescinde da ogni considerazione scientifica.
Lo dice anche Roberto Cingolani, ex ministro della transizione ecologica: la UE ha fatto scelte ideologiche prive di basi fisiche, sulla mobilità, sull'energia, sulle risorse.
E ora che dall'altra parte del'Atlantico c'è qualcuno che di quei concetti aulici se ne frega, dovremo fare i conti con un sistema industriale ridotto ai minimi termini.




















