Con il Brent attorno a 100 dollari e lo Stretto asiatico quasi chiuso, chi fa il pieno ha smesso di sperare in un ritorno alla normalità, ma c'è chi la pensa diversamente.
Un editoriale del New York Times a firma Philip Delves Broughton sostiene che il vero rischio sul mercato del petrolio non sia il rincaro quanto il crollo che verrà dopo. Un’opinione che va letta come tale, ma che mostra una tesi interessante.
Se la guerra con l’Iran finisse e le petroliere tornassero a passare liberamente, il greggio tornerebbe prima sui 60-70 dollari di gennaio, per poi scivolare, secondo l’autore, anche verso i 30. Ciò a causa della crescita generale dell’offerta, che vede sul mercato Guyana, Argentina e un Venezuela in attesa di investimenti; ma cui si aggiunge il rischio recessione, che frenerebbe la domanda proprio mentre l’offerta risale.
Questo quadro di fondo è confermato dai dati, ma non altrettanto l’entità del crollo. L’Agenzia internazionale dell’energia prevede per il 2027 un surplus di offerta di 4,6 milioni di barili al giorno e un possibile eccesso fino a 4 milioni già dal quarto trimestre 2026.
Ma tutto dipende da quella de-escalation che oggi nemmeno si intravede: a Hormuz è stato registrato solo qualche transito contro gli 85 giornalieri prebellici. Le stime ufficiali, inoltre, sono molto più prudenti dell’articolo: l’EIA , l'agenzia statistica per l'energia Usa, nell’outlook di ottobre vede il Brent a 105 dollari di media nel quarto trimestre e a 84 nel 2027.
Per noi automobilisti, un calo del greggio non si vede subito alla pompa, lo sappiamo bene. Secondo i dati ripresi da Fortune, negli Usa il trasferimento sul prezzo della benzina è per circa il 13% dopo una settimana e del 37% dopo tre mesi.
In Italia, secondo uno studio dell’Osservatorio CPI della Cattolica (agosto 2026), i rialzi del greggio arrivano alla pompa per due terzi in tre giorni e quasi del tutto in dieci, mentre i tempi dei ribassi sono di un terzo in 3 giorni e di 17 per arrivare a quattro quinti.
Ma siamo ben consci di quanto il peso delle accise fisse (e dell'Iva, tassa su tassa) diluisca notevolmente l'effetto dei cali sul prezzo alla pompa.



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