22 dicembre 2021

Rocambole à Paris

 


Era fuori servizio e andava al ristorante con la famiglia. Non è ancora chiaro se il tassista parigino apparenente alla compagnia Taxi G7, una delle più grandi di Parigi, guidava la sua Model 3 oppure lasciava fare all’Autopilot, fatto sta che arrivando a un feux rouge la vettura invece di frenare ha accelerato, impegnando l’incrocio proprio mentre sopraggiungeva un ciclista, che nel violento urto conseguente alla forte accelerazione del mezzo ha perso la vita.
L’auto impazzita ha poi proseguito investendo altre 20 persone, tre delle quali versano in condizioni critiche, per finire la corsa schiantandosi contro un furgone in sosta, il tutto senza che il tassista potesse correggere la traiettoria.

Le indagini sono in corso, ma dalla dinamica del sinistro ci sono forti indizi che la guida fosse affidata all’automatismo di Tesla, l’Autopilot e che il tutto sia la conseguenza dell’ennesimo malfunzionamento del sistema, stavolta pagato a caro prezzo.
La compagnia Taxi G7 ha sospeso immediatamente dal servizio tutte le Tesla; secondo una dichiarazione ufficiale i proprietari dei 37 veicoli, che prestano servizio in franchising per la compagnia, saranno risarciti per il fermo auto in attesa dell’esito dell’inchiesta.

Potrei dire che siamo alle solite. Parafrasando, mi sembra una situazione analoga all’introduzione dei telai meccanici nel XIX secolo, quando le messa a punto dei macchinari fu fatta a suon di vittime straziate dai meccanismi allora privi di dispositivi di sicurezza.
Quanti incidenti dovranno accadere dunque prima che l’Autopilot sia davvero messo sotto inchiesta? Certo, il fatto che per Time Elon Musk sia l’uomo dell’anno la dice lunga sulla rete di interessi attorno all’azienda americana e ai suoi prodotti, quindi non c’è da aspettarsi che quella che di fatto è una sperimentazione del sistema fatta sul campo subisca battute d’arresto.

Resta perciò il dubbio che il concetto in toto sia da rivedere. Da un lato la pretesa che un sistema di intelligenza (quasi) artificiale possa sostituirsi alla guida umana in ogni condizione, con la sola ipocrita salvaguardia di dover tenere le mani sul volante, condizione che, l’abbiamo accadere in numerosi incidenti, può essere tranquillamente aggirata dai conducenti fenomeni che vogliono farsi un sonnellino mentre l’auto li porta in giro.
Dall’altro le fortissime accelerazioni delle auto elettriche pongono alla portata di molti prestazioni un tempo proprie solo delle supersportive e aumentano i rischi per guidatori non preparati a gestirle.
Se qualcuno mi spiega cosa ci sia di eco o green in tutto questo…

Reduce to the max

La transizione elettrica implica anche il ridisegno dei confini di cosa intendiamo per veicolo; così anche i quadricicli guadagnano il diritto ad avere le loro concept, come questa Citroën Ami Buggy

La circolazione urbana è sempre più intensa, in parte per motivi connessi a economia e logistica, in parte per il covid, ma anche per le scelte di alcune amministrazioni talebane che vedono la mobilità privata come il fumo negli occhi.
In ogni caso, resta la considerazione che per muovere il peso di una persona, diciamo in media sui 75 kg, sia davvero uno spreco utilizzare un veicolo da oltre una tonnellata e mezza. E badate che in quest’ottica le auto elettriche non risolvono, visto che pesano grosso modo almeno 1,5-2 volte quelle convenzionali.

Ma c’è una soluzione che in potenza ha le doti necessarie alla bisogna, l’uso dei quadricicli. Certo hanno solo due posti, ma se vi guardate intorno nel 90% delle auto che incontrate c’è solo una persona.
Citroën ha intercettato questo filone con la sua AMI, il quadriciclo urbano destinato anche ai 14ennni che ha già avuto la sua parte di successo, visto che le consegne ufficiali sono ormai a 15 settimane.

Un po’ giocattolo, un po’ veicolo utilitario, incarna già nella versione standard la vocazione al tempo libero e, fatti i conti con potenza e autonomia, anche uno spicchio di avventura.
Quindi ecco My Ami Buggy Concept, prototipo che si distingue per elementi che mettono in evidenza una vocazione simpatica e avventurosa sottolineata dall’assenza di portiere, sostituite da teli trasparenti impermeabili con chiusure lampo che come nella Méhari possono essere riposte in apposite custodie.

Una micro-mobilità da spiaggia, dunque, con elementi tratti da giochi di costruzione e una vocazione al tempo libero sottoilineata dalla barra luminosa sul tetto che promette falò in spiaggia allietati dalla musica diffusa da un altoparlante portatile.

Una versione minimalista ma non troppo, quindi, che tuttavia non può evitare di fare i conti con un’autonomia molto ridotta, soggetta inoltre a ulteriori riduzioni se il percorso è off road, e prestazioni davvero scarse, soprattutto se per raggiungere la spiaggia occorre fare un po’ di strada.

Ma resta un bel progetto, piacevole e decisamente molto natalizio.

Comfort misuse

C’è sempre un lato B della tecnologia. Come quello che hanno scoperto i ladri d’auto yankee per il traccatore prodotto dalla Apple.

Nato per i distratti cronici, quelli che perdono tutto, l’Apple AirTag ha trovato presto un uso più “professionale“. In Canada infatti sono emersi recentemente rapporti di polizia che affermano come i ladri li stiano usando per contrassegnare e rintracciare i veicoli che in seguito vogliono rubare. La storia di solito inizia con una persona che ha parcheggiato la propria automobile in un parcheggio pubblico e con un ladro che l’ha presa di mira. L’AirTag viene quindi messo sul veicolo in un punto nascosto e il criminale attende poi di sapere dove la vettura sarà parcheggiata per la notte per compiere il furto.
Certo, si tratta solo di un localizzatore che non elimina la procedura per aggirare l’immobilizzatore o gli antifurto installati sul veicolo, ma di fatto fa venire meno uno dei principali deterrenti contro i furti, la perdita di vista dell’auto. Se pure la vostra costosa e rara automobile sia facilmente oggetto di cattive intenzioni, il fatto che una volta a casa scompaia alla vista o comunque alle attenzioni del malintenzionato dà una certo livello di sicurezza “statistica”.

Apple ha messo sul mercato ad aprile il dispositivo, delle dimensioni di una moneta, per aiutare le persone a tenere d’occhio chiavi, bagagli e un numero qualsiasi di altri oggetti personali. Ma la delinquenza è molto abile a sfruttare la tecnologia a proprio vantaggio e così si è diffuso l’impiego dell’AirTag come ausilio per criminali che prendono di mira auto di alta gamma, considerate eventualmente anche solo come “indicatore” di una una casa dove si siano beni che vale la pena di rubare.


Da settembre la polizia regionale canadese di York ha indagato su cinque casi in cui i ladri hanno posizionato dispositivi di localizzazione su veicoli di alta gamma in modo da poterli successivamente individuare; l’abitudine americana di parcheggiare l’auto sul vialetto rende poi più agevole l’intera operazione. Una volta all’interno dell’auto, infatti, i malintenzionati possono usare un riprogrammatore della centralina tramite la presa OBD per abilitare una chiave che hanno portato con sé e il gioco è fatto.
Una nuova edizione della tradizionale battaglia tra guardie e ladri, cui contribuisce questa volta la tecnologia Apple, ritenuta più efficace nella localizzazione di altri prodotti analoghi. Le ridotte dimensioni dell’AirTag, rendono facile nasconderlo sulla vettura e anche se sull’iPhone del proprietario arriva la nortifica di essere oggetto di un tracciamento è facile che il dispositivo non venga comunque individuato; c’è stato un caso in cui era stato addirittura introdotto nel serbatoio del carburante, opportunamente protetto da un sacchetto impermebaile.

Cambieranno le cose con le prossime auto elettriche? Non ci giurerei, perché da sempre l’ingegno progettuale e quello criminale vanno di pari passo.

07 novembre 2019

Niente di nuovo sotto il sole





L'atteso debutto di Aston Martin in campo motociclistico si è sgonfiato parecchio: la moto è di fatto una Brough Superior, con la quale il brand brit condivide lo stand e non pare così esclusiva come le premesse lasciavano supporre. Una bicilindrica normale, quindi. Ma il marchio non è nuovo a progetto roboanti che si tramutano poi in un niente di fatto, vedi la Cygnet.



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Stesso spirito che aleggia in tutto EICMA: un salone normale, dove le soluzione tecniche si uniformano e la spinta innovativa si esaurisce in special e progetti a tema.

































































































































































In decisa crescita anche i progetti alternativi alla mobilità classica, con il netto predominio di aziende cinesi: due interi padiglioni si occupano di prodotti a batteria, dalle bici ai motocarri e alla micromobilità.





















































31 ottobre 2019

Brabham debutta a Brands Hatch con la Competition





La carriera della BT62 va avanti. La serie è stata completata già da tempo con la 70esima vettura costruita e venduta (a 1.3 Mio $), ma ora, in occasione della prima gara cui Brabham parteciperà come scuderia il mese prossimo a Brands Hatch, UK, il brand ha messo a punto un allestimento Competition che può essere adottato da tutti i clienti. La scelta complessiva è quindi ora tra Road Compliant (per dare lezioni un po' a tutti su strada), Ultimate Track Car (da pista) e la recentissima Competition, alleggerita di ogni particolare inessenziale per le gare.







L'auto è quindi priva di allestimento interno (solo nuda fibra di carbonio), di sedile del passeggero e di verniciatura, sostituita da una pellicola ultrasottile. Ha però il volante estraibile, i martinetti idraulici per il sollevamento rapido e i freni in carbonio. Brabham si impegna inoltre a dotarla di ogni sorta di wrap sponsorizzato che il cliente-pilota richieda. Il peso è quindi minore, non si sa di preciso di quanto. In compenso cala anche il prezzo (ma non erano già tutte vendute?), che scende a circa 900.000 dollari.







Resta comunque una delle auto pronto gare (o pronto strada) più entusiasmanti da guidare, rifatevi un giro nel caso ve lo siate scordato.

30 ottobre 2019

Di sicuro non da sola





Parlo di FCA e del prosieguo della sua storia industriale. Da parecchio assistiamo a proposte, endorsements, ipotesi di affinità elettive con altri costruttori, ma in fondo di certo c'è solo che il gruppo non ha intenzione (o non può più) continuare da solo. Dopo il fallimento della fusione con Renault, torna in auge quella con PSA, un balletto che, non avvenisse in un ambito nel quale conta solo il denaro e non la faccia, sarebbe quantomeno imbarazzante. Ma forse il mondo dell'auto è divenuto più affine di quanto non si pensi a quello di Hollywood.







Comunque i colloqui con Tavares sono ripresi e sono allo studio diverse ipotesi, dal semplice scambio azionario, che lascerebbe i due ad in posizione attuale nelle rispettive holding, a soluzioni più complesse che prevedano un puzzle dei diversi brand. In ogni caso l'interesse è reciproco, perché tanto FCA ha bisogno di un boost sul mercato europeo in declino quanto Peugeot di una testa di ponte per entrare su quello americano. Restano però parecchie incognite, mentre la miccia dell'accordo con Renault potrebbe non essersi ancora spenta. Materia mobile, insomma, mettendo in conto non ultima, la reazione del potente sindacato USA UAW, che ha appena terminato la prova di forza con GM (vincendola), e potrebbe replicare con FCA se l'accordo prevedesse tagli inaccettabili. Cosa cui sarebbe meglio pensassimo anche dalle nostre parti.

Arrivano le multe per le autonome

In California sono state approvate nuove regole che permettono di multare direttamente i produttori di veicoli robotici in caso di infrazion...