Parlando delle muscle car il termine che viene istintivo adoperare è "animale", sorta di acronimo per intendere forza bruta quasi per nulla techno. Ma non sempre è così, lo dimostra un dispositivo installato sull'ultima Dodge Challenger SRT Demon, chiamato Torque reserve. Non stiamo parlando di qualcosa destinato alla sicurezza né tanto meno legato alla tenuta di strada, ma di un sistema che prepara l'auto a una partenza a razzo, un launch control ultraperformante. Torque reserve lavora insieme al compressore e alla centralina del motore: una volta inserito il Launch mode e non appena il motore supera i 1.000 giri chiude il bypass del volumetrico per far crescere la pressione, aumenta la portata di carburante nei cilindri e varia l'anticipo. In più bilancia la coppia generata dal V8 chiudendo brevemente l'iniezione in alcuni cilindri e ciò determina il sound che potete ascoltare appena prima del lancio guardandovi il video. Il risultato è un tempo appena sopra i 3 secondi sullo 0-100. Sì lo so, dalle nostre parti si può fare meglio con molti meno dei 717 CV della Demon. Ma la scena è indubbiamente tanta e lo scarico sicuramente più attractive di quello di quello del 4 di una Atom.
17 marzo 2017
Un po' techno, molto animale
Parlando delle muscle car il termine che viene istintivo adoperare è "animale", sorta di acronimo per intendere forza bruta quasi per nulla techno. Ma non sempre è così, lo dimostra un dispositivo installato sull'ultima Dodge Challenger SRT Demon, chiamato Torque reserve. Non stiamo parlando di qualcosa destinato alla sicurezza né tanto meno legato alla tenuta di strada, ma di un sistema che prepara l'auto a una partenza a razzo, un launch control ultraperformante. Torque reserve lavora insieme al compressore e alla centralina del motore: una volta inserito il Launch mode e non appena il motore supera i 1.000 giri chiude il bypass del volumetrico per far crescere la pressione, aumenta la portata di carburante nei cilindri e varia l'anticipo. In più bilancia la coppia generata dal V8 chiudendo brevemente l'iniezione in alcuni cilindri e ciò determina il sound che potete ascoltare appena prima del lancio guardandovi il video. Il risultato è un tempo appena sopra i 3 secondi sullo 0-100. Sì lo so, dalle nostre parti si può fare meglio con molti meno dei 717 CV della Demon. Ma la scena è indubbiamente tanta e lo scarico sicuramente più attractive di quello di quello del 4 di una Atom.
GM ridisegna il suo impero
La recente vendita di Opel e Vauxhall a PSA potrebbe essere solo l'inizio di un ridimensionamento globale di GM, un vero e proprio downsizing destinato a riportare al profitto quello che per lungo tempo è stato il primo produttore al mondo, ma che ormai da oltre un decennio è in crisi. GM ha infatti attività in molti altri Paesi oltre all'Europa: Indonesia, Oceania, Russia, Tailandia e proprio in queste aree si concentreranno i risparmi di scala, dal taglio delle piattaforme impiegate per realizzare i diversi modelli a disimpegni effettivi nelle joint venture. Una decina di giorni fa, a una conferenza per gli investitori, per la company è stata prospettato un disimpegno finalizzato ad aumentare i profitti con minori investimenti. Il taglio delle spese è previsto anche in Nord America, Australia e Nuova Zelanda, mercati sui quali però sono previsti trend in crescita per Suv e pickup, roba vecchia quindi, che non richiede alta tecnologia e si può produrre anche senza upgrading degli impianti. La cura marchionne insomma: prodotti datati con make up attraenti (ma low level) e il gioco è fatto. Altri segmenti di sviluppo, quelli delle auto self driving e della mobilità 3.0, della cui road map però ancora non si sa nulla di preciso. A dire il vero questi mi sembrano discorsi come quelli degli inizi dell'era internet, quando a fronte degli investimenti a pioggia pochissimi ebbero una effettiva redemption. Il futuro di GM va dunque incontro a un cambio radicale di gestione, con ogni sede nazionale responsabilizzata sui capitali da investire nei propri impianti e una collocazione stabile al quarto posto tra i grandi produttori mondiali.
16 marzo 2017
La Giulia delude gli Yankee
Premessa. Si sa che i consumatori Usa sono assai più attenti di noi alla qualità dei prodotti e soprattutto alla loro affidabilità. Se ciò vale in genere, figuriamoci sulle automobili, che oltretutto negli Stati Uniti sono utilizzate sempre a fondo e con alti chilometraggi. FCA ha reintrodotto in America il marchio Alfa e grazie alla sua fama mai sopita sta ottenendo qualche iniziale successo: a febbraio sono state piazzate 518 Giulia e il mese precedente erano state 412. Piccoli numeri, ma che potrebbero inaugurare un trend. Certo se non sorgono problemi di affidabilità, tristemente noti per il gruppo. Al tempo delle Ritmo (che Oltreatlantico si chiamavano Strada) venne coniato il detto "Fix It Again Tom, (i.e.FIAT)" sull'acronimo del marchio per sancirne le continue entrate in officina. Beh, secondo Consumer Report's Talking Cars, un podcast che gira su youtube e documenta l'affidabilità dei diversi brand, le cose si stanno mettendo come 40 anni fa. Alcuni acquirenti di Alfa Giulia hanno lamentato continue entrate in officina per risolvere fastidiosi problemi, come malfunzionamenti di rilevatori o sensori di parcheggio ostacolati dalla posizione della targa, per giungere al tetto apribile che si blocca. Poi le alette parasole di scarsa qualità, i comandi della climatizzazione inaffidabili, il riscaldamento dei sedili insufficiente. Insomma una pletora di piccoli problemi che risultano però irritanti e soprattutto poco tollerabili su un'auto che ha l'ambizione di confrontarsi con le tedesche e che non può quindi tralasciare la qualità della componentistica. Difetti di gioventù? Forse, ma il dubbio di una delibera anticipata resta.
Dal cerchio alla sfera. Il futuro secondo Goodyear
Quando si parla di gomme si esce raramente dai concetti base del prodotto: gli pneumatici sono infatti neri e tondi e le loro peculiarità si estrinsecano nell'uso e non nell'apparenza. Se quindi Goodyear esce da questo abituale tormentone con un concetto davvero rivoluzionario, la cosa merita attenzione anche a livello estetico. Sì, perché Eagle 360 Urban, presentato al salone di Ginevra, è tutto fuorché uno pneumatico come lo conosciamo oggi. Innanzitutto è una sfera, poi è dotato di un'intelligenza artificiale che sovrintende al comportamento rispetto alla strada e lo adatta alle diverse condizioni, fisiche e meteo. Se per esempio comincia a piovere, sulla superficie della sfera compariranno solchi e tasselli, se si fora un sistema interno tappa il buco e sposta il rotolamento in un altro punto, in modo che la zona danneggiata non sia più in contatto con l'asfalto. Qualcosa di davvero nuovo, insomma, con risvolti quasi inquietanti, se si considera che la superficie della sfera è ricoperta con una pellicola ispirata alla pelle umana, stampata in 3D e capace di espandersi e contrarsi. Lo pneumatico fa parte inoltre di un intero sistema di manutenzione, che in vaso di deterioramento lo può sostituire in officine completamente robotizzate così come ne controlla l'efficienza anche a distanza. Ma come viene collegata la sfera alla vettura? Tramite una connessione magnetica, che accoglie sole due sfere per ogni veicolo e ne garantisce il collegamento alla scocca e l'ammortizzamento delle asperità. Date un'occhiata al video: beh, siamo senza dubbio di fronte a uno scenario da fantascienza, soprattutto per il sistema magnetico, del quale non ci oggi sono ancora nemmeno i prodromi. Ma consentitemi un altro commento, molto più concreto. Come si sa, ogni sfera tocca la superficie in un singolo punto. L'area di contatto con il suolo è dunque minima, tanto più che le sfere sono solo due e non quattro come nel caso delle coperture convenzionali. Come si garantisce dunque l'aderenza necessaria? Continuiamo a sognare, ma per stare al sicuro meglio fidarsi ancora di quegli oggetti neri e tondi.
15 marzo 2017
Crossover su base 3 per Tesla
Sembra che le intenzioni di Elon Musk di aggiungersi ai grandi costruttori, ma solo secondo la sua logica 3.0, abbiano fondamentali concreti. Così dopo la Model 3, ecco la Model Y, per ora definita soltanto con il nome di progetto. Basata su piattaforma e basi tecnologiche della 3, la nuova auto sarà un remix della berlina da cui proviene, in chiave crossover ispirata alla Model X. Di qui le porte posteriori con apertura ad ala di gabbiano come la sorella maggiore, mentre gli interni saranno sostanzialmente gli stessi della 3 da cui deriva. Sull'auto sarà montata (in opzione) l'ultima e più aggiornata versione del sistema di guida automatica Autopilot (speriamo, visti i trascorsi), che si basa sull'impiego di 8 telecamere, 12 sensori a ultrasuoni e un innovativo tipo di radar che monitora lo spazio davanti alla vettura indipendentemente dalle condizioni atmosferiche. Un sistema peraltro ad alto costo, che aggiungerebbe circa 10.000 euro al costo della vettura, valutato attualmente attorno ai 37.000 euro. L'autonomia è prevista in 346 km con lo stesso pacco batterie della Model 3, ma forse su questa scocca più alta si potrebbe montare il sistema di accumulo da 100 kWh che aumenterebbe considerevolmente l'autonomia. Il debutto del modello è previsto per il 2018, con inizio produzione verso la fine dell'anno.
Non se ne parla, anzi parliamone
Nel balletto delle alleanze e delle leadership di mercato ci sono continue giravolte. Come quella di VW nei confronti dell'approccio di FCA, che per bocca dell'ad aveva manifestato una propensione alla fusione con il gruppo leader mondiale. Sì, perché solo una settimana fa Muller, ceo di VAG, aveva dichiarato che non c'era storia: "l'azienda non è pronta per alcun tipo di discussione (sull'argomento, ndr)". Beh in questi giorni qualcosa dev'essere cambiato, perché all'ultima conferenza stampa ha dichiarato invece "di non voler evitare l'argomento; sarebbe assai utile che marchionne facesse le sue proposte direttamente a me". Forse l'iniziale diniego era causato più da un moto d'orgoglio che da considerazioni di merito. La recente acquisizione di Opel da parte di PSA in Europa e la solida quota di mercato di Jeep e Ram in Usa, infatti, possono rappresentare un ostacolo ulteriore sulla strada del mantenimento della supremazia di VW, soprattutto alla luce dei costi di riacquisto e delle multe conseguenti al Dieselgate che incideranno in totale per circa 25 miliardi. Una cifra enorme anche per un gruppo dalle spalle grandi, che però con l'acquisizione dei marchi FCA (tra i quali c'è Alfa Romeo, da tempo oggetto dichiarato delle brame di VW) potrebbe migliorare l'economia di scala e far fronte con maggiore sicurezza alla sfida continentale e a quella Oltreatlantico. Ma sto solo valutando dichiarazioni formali e il balletto con ogni probabilità continuerà a lungo.
14 marzo 2017
Per Trump il consumo non è una priorità
In questi giorni The Donald si sta concentrando sull'automobile e per le big three questo non può che essere positivo. Sulla base delle dichiarazioni dello speaker della Casa Bianca Sean Spicer, infatti, il presidente ha come minimo intenzione di spostare al 2025 l'applicazione delle norme restrittive sul consumo previste dall'amministrazione Obama per il 2022, ma potrebbe anche dare un colpo di spugna più netto alla riduzione dei consumi in generale. Seguendo il suo claim di dare più lavoro e prosperità commerciale ai marchi made in Usa, potrebbe autorizzare quello che di fatto sarebbe un passo indietro nell'evoluzione dei propulsori, consentendo ricavi più ricchi ai produttori che interromperebbero così ogni spesa di ricerca in ambito di efficienza energetica, quanto meno per ciò che attiene al mercato nazionale. Una posizione forse antistorica, ma altamente probabile, visto che è stato annunciato pure un netto taglio dei fondi destinati all'EPA, l'ente di controllo sulle emissioni ambientali. In ogni caso dopodomani Trump visiterà in Michigan un laboratorio di sviluppo per le auto a guida autonoma e subito dopo avrà l'incontro coin i ceo delle tre grandi Case yankee per comunicare le sue decisioni. Tira aria cattiva? Probabilmente solo nell'atmosfera.
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