13 aprile 2026

Il ritorno delle spazzole

C’è un dettaglio nei nuovi motori elettrici BMW che rischia di passare sotto traccia, ma è quello che conta davvero. Non è una questione di potenza, né di autonomia, ma una scelta industriale.

Per anni, il dogma dell’auto elettrica è stato pressoché unico, motori brushless a magneti permanenti. Più compatti, efficienti, semplici da gestire. E soprattutto ottimizzati da una filiera globale che ruota attorno alle terre rare. Equilibrio apparentemente perfetto, finché quel perfetto non ha iniziato a scricchiolare a causa di costi volatili, dipendenza geopolitica, impatto ambientale dell’estrazione. 
Ed è qui che entra in gioco BMW. Con la sua quinta generazione eDrive, invece di migliorare il paradigma dominante il brand tedesco lo ha aggirato. I suoi motori sincroni a eccitazione elettrica eliminano infatti del tutto i magneti permanenti dal rotore, il cui campo magnetico è generato tramite avvolgimenti. Meno vincoli sulle materie prime, più libertà nella gestione del motore.

La differenza, però, non è solo nei materiali, ma nella logica di funzionamento. Un rotore eccitato elettricamente permette di modulare il campo magnetico in tempo reale, adattandolo alle condizioni di utilizzo. Alta efficienza quando serve autonomia, più intensità quando serve prestazione. Un sistema più dinamico, ma anche più complesso e meno efficiente, poiché c'è una gestione termica più sofisticata mentre una quota di energia dell'accumulatore viene spesa solo per creare il campo magnetico. Ma soprattutto occorre reintrodurre i contatti striscianti, le spazzole, che implicano la necessità di sostituzione periodica; le Bev si avvicinano quindi alle Ice in ambito manutenzione, scelta che suona come un'ancora di salvezza per officine e concessionarie.


L’elettrico è entrato in una fase in cui la prestazione pura conta meno della scalabilità industriale. E BMW non è sola, perché anche Renault e Nissan hanno scelto, e da tempo, motori a eccitazione elettrica per ridurre la dipendenza dalle terre rare. Non una moda recente, quindi, ma una linea strategica che oggi diventa più leggibile. 
Certo, anche il fronte opposto resta solido, specie dove i capitali cinesi contano. Mercedes-Benz continua a puntare sui magneti permanenti per le sue elettriche, privilegiando densità di potenza ed efficienza immediata. E se allarghi lo sguardo a Tesla, trovi un altro esempio di pragmatismo, motori diversi per usi diversi, asincroni dietro, sincroni davanti, senza ideologia.


Non esiste perciò ancora un’architettura definitiva, come per le Ice. Il ritorno dei motori a eccitazione elettrica è quindi il segnale che siamo ancora all’inizio della curva tecnologica. Dopo dieci anni di elettrico di nuova generazione l’industria sta già rimescolando le carte. Non per innovare in senso assoluto, ma per risolvere un problema più concreto, quello di costruire milioni di auto senza dipendere da ciò che non controlla.

In questa partita, quindi, il motore elettrico torna ad essere quello che è sempre stato al di là dei paraventi green: una pura scelta politica spinta dalle lobby di settore. 

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