L'Italia è un Paese vecchio. Sono vecchi gli abitanti, sono vecchie le infrastrutture. Ma ce ne rendiamo conto soltanto quando capitano le tragedie.
Il terribile incidente del bus a Mestre accende i riflettori sullo stato della circolazione nel nostro Paese, troppo spesso dimenticata all'ombra della dilagante crociata anti-automobile. Il trasporto su gomma, privato o commerciale, è ancora (e forse ancor più oggi) indispensabile, ma qualunque amministrazione, centrale o locale, lo ritiene argomento di secondo piano, da osteggiare in favore di concetti di mobilità verde che oltre a non costituire una reale alternativa, sono penalizzanti anche per l'economia generale.
D'altronde basta guardare le levate di scudi a ogni progetto di nuove vie di comunicazione, nel miglior stile Nimby, altra peculiarità tipicamente italiana.
E che sulla vetustà dei sistemi di sicurezza stradali si facciano economie in grande stile è un fatto ormai acquisito, vedi il crollo del ponte a Genova.
L'intera rete stradale richiede interventi urgenti non solo per la messa in sicurezza delle carreggiate, ma per la resistenza stessa, delle carreggiate; di quella dei viadotti, delle gallerie, che abbondano in una nazione prevalentemente montuosa.
Occuparsi di strade oggi è impopolare, elongazione ideale dell'avversione all'auto che caratterizza un'opinione pubblica manipolata ad arte incapace di rendersi conto di quanto la propria vita dipenda proprio dai veicoli.
Quelli che manifestano per i 30 km/h o l'eliminazione del trasporto commerciale in città sono poi gli stessi che vorrebbero connessioni rapide e sfruttano i riders all'osso, per non tener conto di una vita intera strutturata sui tempi del web che manifesta purtuttavia l'unico vulnus nella oggettiva odierna maggior lentezza dei collegamenti terrestri, pubblici compresi.
Un Paese moderno deve integrare, non escludere. E ciò vale per le persone ma anche per veicoli e strutture, salvo che i nuovi attori siano pericolosamente inadatti all'esistente. I veicoli elettrici sono pesanti, molto più di quelli tradizionali, e ogni struttura di contenimento dev'essere riprogettata per tenerne conto. Un compito titanico ma necessario anche se mi rendo conto che in tempo di penuria di risorse economche gli interventi saranno limitati o solo annunciati.
Chiudo con una riflessione sull'elettrico. Il bus della tragedia pare fosse ibrido, con batterie ad alta capacità, quindi, anche se meno numerose di un BEV. Il fatto che i pompieri, dopo averlo rimosso dal luogo dell'incidente, lo abbiano collocato in un'area libera e isolata a scanso di nuovi inneschi la dice lunga su quanto gi accumulatori possano costituire un pericolo.
(Ndr. Apprendo ora che invece era un bus elettrico. Situazione peggiore, dunque)



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