19 settembre 2025

Dieselgate memories

Dieci anni fa l’ente per la protezione ambientale Usa denunciò irregolarità nei test sulle emissioni dei motori Diesel del gruppo VW, scoprendo software che falsavano i risultati.

Quello iniziato con il richiamo di 482.000 vetture si trasformò nell’ammissione che il dispositivo era stato installato su circa 11 milioni di auto nel mondo, facendo scoppiare il Dieselgate che ebbe (e ha ancora) conseguenze finanziarie e legali enormi per il gruppo.
Ma, assai più grave per noi automobilisti, lo scandalo ebbe effetti sistemici, con la promulgazione di regole più severe tese a una ideologica transizione verso la mobilità a zero emissioni, culminate con la recente normativa europea che punta a impedire la vendita di nuove auto a combustione dal 2035. Tutto ciò ha (sempre idealmente) spianato la strada all’elettrico, costringendo le Case a ripensare prodotti e modello di business.


Assai tardivamente e a fronte del sostanziale rifiuto delle Bev da parte del mercato, negli ultimi mesi si è scatenata la reazione del settore, con i manager di grandi gruppi che chiedono più flessibilità proponendo di misurare le emissioni sul ciclo di vita del veicolo o di ammettere soluzioni alternative come i carburanti sintetici. È un tentativo di ritrovare spazio politico, ma soprattutto commerciale, mentre le aziende affermano di voler ancora seguire la domanda dei clienti.


Ha allora ancora futuro l’auto elettrica? Sinceramente credo di no e questo decennale periodo sarà ricordato come la bolla elettrica. La situazione geopolitica impone scelte razionali e soprattutto davvero realizzabili, al di là della presunzione di esistenza di criteri superiori a qualsiasi vicenda dell’umana specie. Occorre soprattutto un bagno di realtà a livello comunitario: stante la sostanziale nullità di effetto delle decisioni UE sullo scacchiere globale, sarebbe meglio si cominciasse a pensare a strategie che ci diano una reale indipendenza da vecchi e nuovi sfruttatori, consolidando quel patrimonio di intelligenza e creatività che contraddistingue da sempre l’Europa.

18 settembre 2025

Usato, motore del futuro

Con il potere d’acquisto delle famiglie in calo e l’aumento dei prezzi delle auto nuove, l’usato qualificato è sempre più soluzione concreta e socialmente rilevante.

Tomasi Auto inaugura a Milano il suo nuovo showroom, passo significativo nella strategia di espansione di un gruppo con oltre quaranta anni di attività nel settore automobilistico. Presentato dall'ad Franco Tomasi e dal direttore commerciale Enrico Parisio, l’evento ha assunto il carattere di una riflessione sul mercato.
Dal 2018 il prezzo medio delle utilitarie dei segmenti B e C è salito del 34-36%, mentre i salari medi sono aumentati solo dell’8%. Oggi servono mediamente 7,7 stipendi per acquistare un’auto, rispetto ai 4,7 del 2015. In questo quadro, la disponibilità sul mercato di veicoli nuovi sotto i 15.000 euro è praticamente nulla, spingendo la domanda verso l’usato recente,  veicoli con pochi anni e chilometri, tecnologicamente avanzati ma più accessibili.  


L’azienda interpreta il suo ruolo anche come intervento di politica ambientale: nei primi mesi del 2025 ha rottamato una media di 158 auto al mese, l’80% delle quali Euro 4 o inferiori, contribuendo così a tecnologie di mobilità più sicure e meno inquinanti. La sua indipendenza permette poi un’offerta guidata dalla qualità più che da vincoli commerciali, con il Centro di Ripristino interno (unico dealer in Italia a possederne uno) nel quale oltre 700 vetture al mese vengono valutate, riparate e certificate.


Dalle statististiche interne di vendita emerge il quadro del mercato attuale, che a fronte del calo costante del nuovo contrappone una crescita nei primi 8 mesi del 2025 dell'usato che si estende anche ai modelli meno ambiti in questo cluster, quali elettriche (+19%) e ibride (+12%). Il lancio di una piattaforma di  e-commerce che integra consulenza digitale e supporto in concessionaria e la scelta aziendale di consegnare direttamente a casa del cliente l'auto acquistata, completano l'offerta di un'azienda che mostra di saper cogliere quanto di positivo emerga in un mercato sempre più complesso.

16 settembre 2025

Elise remastered

Un'elaborazione della inglese Analogue Automotive riporta sulla scena la sportiva Lotus, con peso minore di una F1 e potenza di 250 CV.

La filosofia costruttiva storica della Lotus, prima dell'attuale svolta elettrica e del passaggio alla proprietà cinese, era quella di realizzare auto leggere. Più che la potenza, il rapporto peso/potenza, dunque, fondamentale per vere prestazioni sportive. 
Trent'anni dopo la presentazione della Lotus Elise, ora una società brit riprende i fondamentali dell'iconica auto per farne un'animale da pista, la VHPK.


Obiettivo, mantenere il peso entro 600 kg, inferiore di 120 kg a quello della prima Elise, grazie all'ampio uso di fibra di carbonio, che ha sostituito la scocca originale in vetroresina e ogni particolare dell'abitacolo. I freni sono ora carboceramici per dare quella resistenza al fading che mancava nei primi modelli, con dischi in alluminio. 
Ricordo che in una visita a Hethel osservai che il punto di fusione del metallo è inferiore alla temperatura massima che i dischi possono raggiungere, ma mi fu risposto che secondo i loro calcoli non c'era quel pericolo. Evidentemente alla Analogue Automotive vogliono però andare sul sicuro.


Altra modifica il posto di guida centrale, come nella McLaren F1, e, infine, un'elaborazione spinta del propulsore. Che rimane tuttavia quel non troppo apprezzabile Rover K series originale, e non il Toyota delle ultime versioni, decisamente più affidabile. La potenza sale a 250 CV, in verità solo 30 più dell'unità giapponese, ma il rapporto peso potenza è ora di 400 CV/t, più del doppio della Elise originale. 

Un'operazione nostalgia in chiave ultrabrit; ne costruiranno solo 35 numerate, ordini dal 2026, prezzo ancora ignoto.

15 settembre 2025

Venghino signori, venghino

Gli annunci di nuove mirabolanti tecnologie destinate agli accumulatori ricordano sempre più gli elisir contro ogni male del vecchio west.

Tutto il mondo elettrico ruota intorno allo sviluppo degli accumulatori e in particolare alla loro densità energetica, a tutt'oggi enormemente inferiore a quella dei combustibili liquidi. Uno dei principali filoni di sviluppo è quello della ricerca di elettroliti solidi che sostituiscano quelli liquidi attualmente in uso. Obiettivo parallelo, ridurre il rischio di incendio sia limitando la formazione di dendriti (accumuli di litio metallico sugli elettrodi che riducono l'efficienza e aumentano il rischio di thermal runaway), sia eliminando gli elettroliti liquidi infiammabili.
L'ultima novità riguarda la cinese Huawei, che ha depositato il brevetto per un elettrolita solido a base di solfuro drogato con azoto. Si tratta di una matrice cubica cristallina in cui l’introduzione degli atomi di azoto favorirebbe la formazione localizzata di azoturo di litio, Li₃N, composto a elevata conducibilità per ioni Li⁺. 

La stampa di parte ha subito clonato la notizia esasperando le attese con promesse di autonomie teoriche di migliaia di chilometri o ricariche in pochi minuti. Ma trasformare il brevetto in una cella commercialmente valida richiede la risoluzione di nodi complessi: qualità dell’interfaccia elettrolita-elettrodo, fragilità meccanica dei solfuri, compatibilità chimica durante cicli ripetuti, controlli di purezza e scala produttiva, costi dei materiali e processi di fabbricazione. Non ci sono inoltre prove di risultati sperimentali su celle complete né di produzione industriale.


Al di là dell'autonomia e delle sparate sensazionalistiche, la realtà è che le batterie impiegate oggi sono tutte a elettrolita liquido, solvente organico infiammabile con sali di litio disciolti, e che il litio stesso è estremamente reattivo con aria e acqua. In particolare nella reazione con acqua libera idrogeno, il quale è altamente infiammabile. Avrete visto senz'altro nei casi di Bev incendiate il colore rosso delle fiamme, tipico della combustione dell'idrogeno.
E parlando di autonomia e di tempo di ricarica, anche ammesso questa sia possibile in pochi minuti, con quale dispositivo si potrebbe attuarla? Per caricare una batteria da 60 kWh in 5 minuti occorre un impianto da 1 MW, poi cavi di grande sezione (pesanti e soggetti a furti) e un potente sistema di raffreddamento per accumulatore e sistema. Vogliamo fare un conto dell'efficienza globale di sistema e paragonarlo ai combustibili?

L'elisir che rende la batteria capace e sicura non è stato ancora inventato e dubito che fuori dai saloon sia tuttora ipotizzabile.

11 settembre 2025

Perseverare autem diabolicum

Il discorso della von der Leyen conferma ostinatamente le linee guida che hanno portato alla attuale crisi dell'automotive. Ma come si può credere che chi abbia provocato il disastro sia poi capace di farcene uscire?

Le proposte emerse sono il “Battery Booster”, 1,8 miliardi di euro per rafforzare la filiera europea delle celle, e una “Small Affordable Cars initiative”, destinata a creare un’offerta elettrica competitiva per il grande pubblico.

L’iniezione di capitale pubblico intende ridurre il costo degli accumulatori tramite economie di scala e apprendimento tecnologico, oltre a favorire un'integrazione verticale che limita i premi di fornitura e la volatilità dei prezzi delle materie prime critiche (litio, nichel, cobalto). 
Peccato che l'Europa non abbia alcun controllo sulle quotazioni delle materie prime, ma le subisca ormai da anni. 
Inoltre 1,8 miliardi sono insufficienti a colmare il gap con i produttori cinesi. Per ottenere una discesa significativa dei prezzi al consumatore servono investimenti privati su larga scala, infrastrutture logistiche e politiche industriali che incentivino la localizzazione della catena del valore. Ma la disponibilità economica delle Case, di questi tempi, è all'osso. 


La “Small Affordable Cars initiative” è poi un'astrazione ideologica cucita sull'ultima delle trovate tedesche in ordine di tempo. Dopo anni di Bev di alta fascia, infatti, ora tentano un approccio meno elitario vista la resistenza degli automobilisti europei. Ma stanti le enormi difficoltà della rete di ricarica, prevedere veicoli con batterie di capacità ridotta può dar luogo soltanto a veicoli spartani e incapaci di reggere il confronto con i modelli asiatici, che finirebbero comunque per avere prezzi fuori mercato.
Infine, le disparità di retribuzione esistenti tra i vari Paesi (con l'Italia al margine inferiore) rendono impossibile l'omogeneità: banalmente, ciò che è affordable in Germania non lo è affatto dalle nostre parti.

E comunque è ora di smetterla di seguire progetti nati in area teutone. L'esperienza ci ha insegnato che hanno in genere l'obiettivo di far cassa sugli altri Paesi dell'Unione, ma che pur partendo in gran pompa finiscono spesso con flop colossali ai danni di tutti.

Sappiamo bene come la crociata elettrica, nata dopo il Dieselgate per risolvere i problemi dell'automotive tedesco, parta dunque da presupposti meramente economici e non certo ambientali; è decisamente tempo di rendercene conto e di cambiare strada e rappresentanti.

09 settembre 2025

Astrazioni

Mai come oggi c'è un netto distacco tra una realtà di guerre, crisi e disparità e un high tech che viene da domandarsi dove dovrebbe circolare.

La concept AMG GT XX è il manifesto di cosa la tecnologia elettrica possa fare quando viene applicata a una supersportiva. Tre motori a flusso assiale, 1.000 kW, 1360 CV e una batteria che acquisisce un'autonomia di 400 km in soli cinque minuti.
E proprio a questo proposito giunge ora la notizia diffusa da MB: la super-concept di AMG, che ha già battuto 25 record sul circuito di Nardò, è stata in grado di ricaricarsi a 1 MW, una potenza enorme, equivalente a quella domestica di oltre 330 appartamenti.


Per fare ciò occorrono una struttura di ricarica adeguata, un potente dispositivo di raffreddamento dell'accumulatore, un cavo di ricarica dotato anch'esso di un sistema di controllo della temperatura. Anche senza andare nei particolari, si intuisce che tutto il sistema abbia costi a parecchi zeri.
Ma il costo unitario non è certo il principale problema. Lasciando da parte l'argomento prezzo dell'energia, variabile che dipende in massima parte da scelte politiche non controllabili dalla tecnica, il disporre in maniera diffusa di stazioni di ricarica di questa potenza (ma anche assai meno) implica il completo ridisegno dell'intera struttura di distribuzione dell'energia elettrica.


E bisogna avercela disposizione tutta quell'energia. Nel comunicato stampa si cita: " La soglia del megawatt è stata raggiunta in appena 0,5 secondi ed è stata mantenuta per circa due minuti e mezzo". Chi abbia sperimentato la ricarica ad alta energia anche in Paesi snob come la Svizzera, sa che la potenza di targa di una colonnina è un dato teorico, che non corrisponde quasi mai all'effettiva disponibilità di erogazione. Questo perchè ogni struttura di ricarica appartiene a una rete che deve bilanciare consumi e produzione su base generale e non può quindi dirottare improvvisamente importanti intensità su un solo utilizzatore.


E' assai probabile che la colonnina installata nel centro prove di Nardò fosse alimentata da un bel genset Diesel, perché dubito che in Puglia ci sia una rete tale da consentire un tale allaccio così, su due piedi. Non si può prescindere da queste certezze, non si può far finta che sia disponibile oggi l'energia elettrica corrispondente a tutto il consumo petrolifero dei veicoli in surplus rispetto a quella di rete. 
Vivamo in un'epoca virtualizzante e pare che la tendenza spinga a vivere come in Ready Player One di Spielberg. Ma i bisogni e la realtà prima o poi fanno sempre capolino.

08 settembre 2025

Ibrida anche la Turbo S

La nuova Porsche 911 Turbo S rialza l’asticella: ora ibrida, è più potente, più rapida e più tecnologica.

Elemento distintivo del nuovo modello il gruppo motore ibrido che eroga 711 CV e 800 Nm di coppia tra 2.300 e 6.000 giri; la piena potenza è disponibile tra 6.500 e 7.000 giri, una scelta che avvicina il comportamento dinamico della vettura a quelle delle vetture con motori aspirati che operano ad alto regime. Rispetto al passato la potenza cresce di 61 CV e ora i turbocompressori ad assistenza elettrica sono due, alimentati da una batteria da 400 V e 1,9 kWh. Il cambio PDK ha otto rapporti e integra un motore elettrico; lo 0–100 è è coperto in 2,5 s, lo 0–200 km/h in 8,4 s, la Vmax è di 322 km/h. Nonostante il sistema ibrido, il peso aumenta di soli 85 kg rispetto al modello precedente: incremento che Porsche ritiene compensato dai miglioramenti di telaio e aerodinamica; sulla Nordschleife la Turbo S ha segnato infatti un tempo di 7:03.92, quasi 14 secondi più veloce del modello precedente.
 


Le differenze più evidenti riguardano gli pneumatici posteriori 325/30 ZR21 e l'impianto frenante carboceramico PCCB con nuovi materiali delle pastiglie, oltre a dischi maggiorati. L’aerodinamica è stata riprogettata con alette verticali anteriori, diffusore attivo, profilo anteriore variabile e alettone posteriore estendibile, la resistenza aerodinamica della versione coupé cala così del 10% quando gli elementi sono in posizione ottimale. In modalità Wet le alette anteriori si chiudono per proteggere i freni dagli spruzzi.


Di serie ci sono lo chassisis a controllo elettroidraulico, le sospensioni PASM specifiche, il pacchetto Sport Chrono, l'impianto di scarico sportivo in titanio e i fari Matrix HD. Prezzi da 280.157 € (coupé) e 294.667 € (cabriolet), consegne a fine 2025 e 2026.

Torna la MR2?

Il piano di rilancio sportivo Toyota ha colmato il versante top con la GR GT; ora potrebbe essere la volta di Celica e MR2. Toyota sta ricos...