21 aprile 2016
Anche Mitsu fa i trucchetti
Forse le regole imposte sono troppo difficili da rispettare o più probabilmente l'attenzione al portafoglio affligge ogni omologazione. Così l'elenco degli scandali riguardanti le Case automobilistiche si allarga, con l'ingresso della Mitsubishi, che ieri ha ammesso di aver "truccato" i dati di consumo ed emissione delle sue K car sul mercato giapponese, le piccole che a Tokyo si possono acquistare anche senza possedere un box. L'azienda ha assicurato che le falsificazioni riguardano soltanto il mercato interno; ci crediamo? Cerrto, come no. In ogni caso, qui il trucchetto è stato ben più terra terra del complesso software utilizzato da VW per dribblare i test sull'NOx: sulle vetture in esame erano stati semplicemente super-gonfiati gli pneumatici, riducendo così l'area d'impronta e l'attrito di rotolamento. Sembra un truffa da bambini, ma il mercato ha reagito piuttosto male, con l'immediato calo del 15% delle quotazioni azionarie del gruppo, il sesto del Giappone per produzione. La Mitsubishi ha immediatamente bloccato le vendite dei modelli incriminati, ma lo scandalo riguarda circa 160.000 tra eK Wagon, eK Space e molte di più, oltre 460.000, Nissan Dayz e Roox tallboy, costruite, appunto per conto della concorrente. L'ammissione di colpa da parte del presidente Tetsuro Aikawa, in puro stile Winterkorn, è stata completa: in una conferenza stampa ha dichiarato infatti che le falsificazioni sono state intenzionali e dirette a migliorare falsamente la resa chilometrica, ma che lui ne era all'oscuro e in ogni caso è ancora in fase di investigazione il perché della scelta. Nei prossimi giorni vedremo se l'indagine si allargherà o meno.
Un sei in linea sulle nuove indo-british
Si dice la tecnologia segua scelte razionali, fissate da logica e convenienza. Di qui le riduzioni di cubatura e numero di cilindri nelle nuove unità motrici di quasi tutti i costruttori, con il contraltare del possibile calo di appeal dei prodotti (vedi il caso di Porsche con la 718 a 4 cilindri), poiché notoriamente la passione non è altrettanto teutone. La valutazione sulla scelta del gruppo Jaguar-Land Rover di mettere in produzione un nuovo motore a 6 cilindri in linea, quindi, potrebbe apparire controcorrente, specie se valutata dopo il lancio della serie dei 4 cilindri Ingenium con la gamma XE. Ma la scelta è invece assai logica, in prospettiva. Il gruppo attualmente impiega infatti un V6 di provenienza Ford, datato quanto a struttura e pesi, ma soprattutto non modulare. Seguendo l'esempio di BMW con i suoi propulsori, infatti, l'intento è di realizzare una famiglia di motori con le stesse misure di alesaggio e corsa a 3 e 6 cilindri, la cui cilindrata sarebbe quindi di 1,5 e 3 litri. Il progetto dovrebbe debuttare nel 2017 con il tremila e prevede la realizzazione di unità a benzina e Diesel con lo stesso basamento, i primi aspirati e turbo con potenze da 270 a 500 CV, i secondi tutti turbo; la vettura scelta per la premiére è la nuova Discovery. I propulsori sono inoltre progettati per adattarsi a ogni tipo di trazione, con montaggio longitudinale o trasversale, semplificando così lo sviluppo delle prossime piattaforme. Altra nota positiva, il nuovo motore non manderà in pensione il V8 di 5 litri, che rimarrà ad equipaggiare i top di gamma. Piccola considerazione a lato: sui 6 in linea ci sono corsi e ricorsi. Ricorderete che Mercedes li adottava fino a non molto tempo fa, per poi passare ai V6, più corti, per ragioni (dicono) di crash test. Ora anche MB pianifica il ritorno al motore equilibrato per antonomasia, per imboccare la strada modulare che BMW segue già. Audi invece insiste con le V, per ora. Anche la razionalità, quindi, non è univoca.
20 aprile 2016
Tesla spinge sull'Autopilot
Della guida autonoma si discute da tempo; c'è chi l'attende con ansia, chi la vede come la nemesi dell'automobile (io), ma di sicuro in qualche modo nel futuro dovremo conviverci, quantromeno nelle aree ricche e sviluppate del pianeta. In crisi di argomentazioni "dinamiche" le Case si sono infatti buttate sull'argomento con tutta la veemenza di cui il marketing è capace e si tratta di vedere chi fa il primo passo, chi si muove con decisione per fare proseliti e affermare la soluzione. E chi meglio di Elon Musk potrebbe ergersi a baluardo di questa rivoluzione? Così Tesla offre un mese di prova gratis del suo Autopilot ai possessori di Model X e Model S, un assaggio del software che può poi essere acquistato a 3.000 dollari. Il tycoon sudafricano-canadese-americano è talmente convinto della bontà della soluzione che se comprate una Tesla e non volete Autopilot invece di avere uno sconto dovete sborsare 500 dollari in più; un modo piuttosto autoritario di imporre la soluzione. Ora, il sistema in questione non è nulla più di quelli sviluppati da BMW, Mercedes, Infiniti e altri e si basa sull'uso di telecamere, radar e sensori a ultrasuoni per consentire in determinate condizioni di staccare le mani dal volante. Ma non è capace di leggere i semafori e richiede quindi sempre una condizione di attenzione alla guida (e meno male). Il fatto è che per quanto un sistema possa essere avanzato non potrà mai prendere decisioni al posto del guidatore in situazioni critiche; vedi il campo aeronautico, dove pur a fronte di costosissimi sistemi di avionica un pilota è sempre necessario. Se aggiungiamo che i fatalisti guidatori del terzo millennio hanno una tendenza intrinseca alla distrazione e a considerarsi gli unici aventi diritti sulla strada, prevedo da un lato incidenti a manetta e dall'altro un intasamento di cause legali per la determinazione dei responsabili. Ma forse sono solo pessimista.
19 aprile 2016
Niente wagon, siamo inglesi
La Jaguar ha chiuso con le station wagon. Secondo le dichiarazioni di Ian Callum responsabile del design del brand indo-britannico, non ci sarà un seguito alla XF Sportbrake della passata generazione e in nessuna serie sarà prevista una famigliare. Il mercato di queste auto sta infatti diminuendo sempre più a favore di Suv e monovolume in genere anche nella vecchia Europa, che pure era rimasta l'unica a garantire un minimo di vendite per questa soluzione stilistica, ma con una concentrazione limitata alle aree centrali e nordiche. Negli Usa non se ne vendono praticamente più e nelle aree economicamente emergenti, sinora mercato elettivo per berline piuttosto classiche, il contagio delle crossover è sempre più massivo. Insomma Jaguar non può più permettersi di tenere in produzione una vettura per pochi pezzi; c'è da attendersi quindi una versione di minori dimensioni della F-Pace per colmare il vuoto produttivo lasciato dalla station.
Come si risolvono le diatribe in Cina
Questo video è assolutamente incredibile. Una battaglia in piena regola tra pale caricatrici per aggiudicarsi un contratto di demolizione edile avvenuta nella provincia di Hebei, in Cina. I driver alla guida dei due mezzi meccanici coinvolti inizialmente appartengono a diverse società e a quanto pare la concorrenza è piuttosto serrata da quelle parti, almeno tanto quanto scarsa è la fiducia nelle azioni legali. Così si scatena una vera e propria battaglia nella strada, incurante del pericolo per le auto che circolano attorno, pericolo che si concretizza poi nel ribaltamento di uno dei due contendenti, spinto lateralmente dall'avversario. Altri due mezzi di aggiungono poi alla pugna e anche se il filmato termina possiamo arguire che la lotta sia andata avanti. Pare che le autorità abbiano aperto un'inchiesta. La Cina è davvero uno strano Paese: pena di morte per i "delitti di religione", ma impunità per "tentata strage stradale".
Guai VW: dopo i Diesel, le ibride
Le conseguenze economiche del Dieselgate non si sono ancora esaurite/concretizzate per VW ed ecco che anche sulla scelta new age dell'ibrido, sulla quale, al posto del Diesel, intende concentrarsi il marchio, cala una mazzata legale. Un'azienda di Baltimora (Maryland, Usa) specializzata in sistemi ibridi, la Paice LLC, ha infatti accusato il colosso tedesco di aver sfruttato i propri know how e tecnologie sviluppate, appunto, in campo ibrido, senza "pagare il conto". I sistemi usati dal gruppo sono infatti tutelati da brevetti della Paice LLC e la Casa sostiene che VW abbia troncato bruscamente la collaborazione (senza pagare nulla) dopo avere "imparato" dal 1999 al 2004 quello che c'era da sapere per poi debuttare (2010) con prodotti basati su ciò che aveva appreso. Al di là di quello che potrebbe sembrare, ergo un tentativo di speculazione in un momento di debolezza del marchio, c'è da riscontrare che Paice LLC ha già vinto due cause con Toyota e Hyundai su identici presupposti e che attualmente i due marchi pagano royalties per l'impiego dei suoi brevetti. Un'altra causa con Ford è ancora in corso, ma ciò prova comunque che le richieste dell'azienda yankee non sono peregrine. Al momento Volkswagen non ha espresso alcun commento.
Per MINI ampliamento di gamma in chiave techno
La Rocketman è la citycar delle MINI, così come la Superleggera la roadster in stile MX-5 (forse un po' meno in termini dimensionali). Dopo anni di attesa (la concept Rocketman data 2011) le porte della produzione potrebbero aprirsi per la piccola del marchio, che tuttavia non ha ancora superato lo scoglio della mancanza in Casa di una piattaforma adatta alla bisogna. Due le strade: scegliere per la Rocketman la sola trazione elettrica e quindi definire una scocca basata sulla struttura in carbonio delle i, oppure rivolgersi alla Toyota (grazie all'"estensione" della jont venture sportiva tra i due brand) e acquisire una scocca Daihatsu, azienda oggi facente parte della galassia dell'azienda jap. MINI è poco introdotta nel mercato delle citycar e dunque un'auto (elettrica) esclusiva potrebbe rappresentare quell'atout che giustificherebbe un prezzo sensibilmente più alto della concorrenza tale da garantire il pareggio anche con numeri ridotti. Diverso il discorso con la piccola roadster realizzata con il noto carrozziere italiano e presentata al concorso di eleganza di Villa d'Este nel 2014. Già l'anno scorso il gruppo aveva manifestato l'intenzione di produrla, ma la domanda per questo tipo di auto in Europa è in calo e negli Usa la concorrenza troppo serrata; dunque rimangono i mercati emergenti, per i quali però la strategia di mercato dev'essere studiata accuratamente. Tanto da andare oltre il 2018 prospettato l'anno scorso.
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