Politiche a breve termine e accaparramento di segmenti di mercato che da nicchia dovrebbero diventare mainstream. E' questo il futuro dell'automotive?
E' in corso un cambiamento epocale nell'industria automobilistica, ma non riferisco al "solito" discorso del passaggio alla trazione elettrica. Parlo piuttosto del piano industriale complessivo o meglio dei suoi obiettivi economici. Lo spunto scaturisce dalle recenti dichiarazioni di Mercedes-Benz riguardo la riorganizzazione del listino, che prevede la progressiva eliminazione dei modelli generalisti per concentrarsi sul segmento del lusso.
Storicamente le industrie dell'automotive hanno sempre investito a lungo termine, con piani decennali e oltre destinati a mantenere il know how acquisito e a tracciare la linea evolutiva dei prodotti. Una politica legata anche all'impatto sociale e che configurava l'allargamento della clientela come metodologia base per garantire la reditività delle imprese. Parlo ovviamente di grandi costruttori.

L'impostazione più recente, seguita al diktat europeo sulle elettriche, introduce però modifiche sostanziali al modello di business di quasi ogni Casa. Da più parti infatti si annunciano ristrutturazioni produttive all'insegna di lusso ed esclusività, salutate con enfasi grazie all'aumento degli attivi visto negli ultimi bilanci.
Non può sfuggire la sostanziale miopia di questa politica se l'orizzonte va al di là di un quinquennio. Il mondo occidentale è stretto in una crisi globale di cui non si intravede la fine e il concentrarsi sui più abbienti con prodotti che offrono il superfluo potrebbe rivelarsi addirittura velleitario nei prossimi anni, sorta di crepuscolo degli dei che non va oltre un mero interesse a corto termine, incapace di garantire l'integrazione delle strutture produttive nel tessuto societario con tutte le sue pesanti conseguenze.
La realtà è quella di crescenti difficoltà di larga parte della popolazione, che non potrà certo permettersi prodotti di alta gamma e se oggi la concentrazione delle vendite su segmenti esclusivi dà risultati positivi, non si può pensare che questi ultimi possano essere mantenuti a lungo. Una sorta di trasfusione dalla politica all'economia dunque, contando sulla memoria corta della gente e sul fare cassa finché si può.
Non traccio certo giudici etici o politici, ma mi sembra si stia delineando una situazione che ricorda la celebre sprezzante affermazione attribuita a Maria Antonietta, che suggeriva al popolo affamato dalla mancanza di pane di mangiare al suo posto le brioches.
Se l'evoluzione di prodotto spinge al rialzo i prezzi in un mercato in inflazione crescente, c'è da aspettarsi prima poi una netta riduzione del bisogno del prodotto stesso, tenuto conto inoltre che le strutture nazionali ed europee sembra facciano di tutto per disincentivare la mobilità privata.
La descrizione dell'
automotive dei prossimi anni è perciò tutta da scrivere e non è detto che ciò che oggi le Case prospettano abbia realmente possibilità di successo in un arco temporale appena un po' più in là di quanto progettato oggi. Aggiungo che alcuni dei settori di sviluppo più implementati possono rappresentare addirittura un boomerang, mi riferisco per esempio alla guida autonoma.
Pensateci, oggi ce l'abbiamo già e su larga scala: si chiama mezzi pubblici ed è certamente più adatta alle masse di costosi mezzi privati.
Per quale motivo affrontare un grosso investimento a fronte di una funzionalità inferiore a quella dei trasporti collettivi? Ma è una questione cui su glissa facile, come d'altronde quella delle infrastrutture di ricarica o quella dello smaltimento degli accumulatori.
Hic et nunc, quindi, ma fino a quando?