Dove finiscono tutte le preoccupazioni sul
clima della UE se la guerra che ci circonda prosegue e forse
addirittura si allarga? Essere green oggi è un lusso che sempre meno ci
si può permettere.
Il clima come mantra, come oggetto di
devozione religiosa. Quando sei disposto a distruggere industrie, a
relegare intere fasce sociali alla disoccupazione, a ergerti a paladino
di una battaglia che combatti solo tu (con il tuo 7% della popolazione mondiale)
mentre il resto del pianeta bada a interessi assai più concreti, hai
fatto di un concetto che dovrebbe essere basato sulla scienza un credo.
La
guerra, però, che incombe ormai sul Vecchio Continente da ogni parte,
distrugge e trita senza pietà vincoli e credenze, forte della sua
intrinseca brutalità. I carri armati hanno il catalizzatore? Che tipo di
inquinanti emettono le bombe che esplodono sul territorio? È previsto
il riciclo dei rottami di guerra? Quanto consumano i mezzi militari, e
soprattutto quanto costano? Ogni missile sparato vale intorno al milione
di euro, e gli analisti considerano "economici" i droni, che viaggiano
intorno ai 50.000.
La guerra è sostenibile? No, certo. Consuma in un attimo risorse spaventose e chiede sempre di più. Ma sarebbe disonesto negare che sia inutile: se anche non risolve problemi e contese (ne sono prova le situazioni ucraina e medio-orientale) è invece vitale per alcuni attori dell'economia, capaci di guadagnare quello che in tempo di pace sarebbe fantascienza.
E qui arriviamo al nocciolo della questione. La UE è in crisi energetica e non da oggi: non essendo produttrice sufficiente di risorse, vive da decenni una dipendenza strutturale. Dal dopoguerra si è passati dai combustibili fossili al nucleare, almeno nei Paesi dove un'opposizione ideologica non ha fatto scuola, ma siamo comunque lontani dall'indipendenza continentale.
E per ciò che riguarda i trasporti, siamo al palo. La Cina, evocata ossessivamente come modello di transizione elettrica, ha l'8,2% di Bev circolanti sul totale del suo parco. Il che significa che quasi il 92% dei veicoli di quel Paese, 359 milioni a giugno 2025, è ancora a combustione interna. Anche nello Stato asiatico, dunque, la transizione è un processo lento, figlio dei tempi tecnici di rinnovo del parco, non di proclami.
Allora vale la pena chiederselo: ha senso che la UE, in un continente sotto pressione militare, in crisi energetica, con un'industria automobilistica in affanno, continui a imporre scadenze e divieti in un mercato globale che segue regole completamente diverse? Il mondo reale dell'automotive non si ferma alle date fissate a Bruxelles. E l'ideologia, quando incontra la realtà dei numeri, perde sempre.



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