Prezzi sempre più al rialzo per le BEV e sempre meno alla portata della classe media. Si profila un futuro di mobilità non più generalizzata, ma garantita solo alla parte più ricca della popolazione.
Sino a pochi anni fa la story telling di settore era che i veicoli elettrici avrebbero raggiunto la parità finanziaria con quelli a combustione nel 2025. L'ipotesi era che ciò sarebbe avvenuto gradualmente, aumentando la produzione di batterie e sfruttando le economie di scala. Ma è ormai chiaro a tutti come la realtà abbia preso una piega diversa, visto che il mondo si trova oggi di fronte a prezzi record su tutta la linea. Secondo JD Power, negli Usa gli aumenti globali di produttori e concessionari hanno portato la fattura media dei veicoli elettrici a 54.000, circa 10 mila in più rispetto al prezzo di transazione tipico dei veicoli a benzina.
I produttori citano inflazione e carenza di materie prime come principali colpevoli, ma era già difficile tenere il passo con la domanda prima che le chiusure dovute alla pandemia ostacolassero la catena di approvvigionamento. Sfortunatamente, tenere il passo significa accelerare i piani di elettrificazione, che sembravano già alquanto rischiosi all'inizio, e aumentare i prezzi nel tentativo di superare l'inflazione. Secondo Bernstein Research, Tesla quest'anno ha aumentato il listino tre volte per la Model Y, raggiungendo un un prezzo medio di 69.900 dollari. Nel complesso, il prezzo medio pagato per un veicolo elettrico negli Stati Uniti a maggio è aumentato del 22% rispetto all'anno precedente.
Venendo al Vecchio Continente, i prezzi di litio, nichel e cobalto sono quasi raddoppiati da prima dell'inizio della pandemia.
Le regole sono state stabilite, gli investimenti fatti e le nuove auto sono ora sul mercato, ma la domanda è se queste siano ancora “Automobili”, nel senso più antico e intrinseco del termine, a partire dalla effettiva mobilità che sono in grado di garantire sulla base della capacità degli accumulatori e della diffusione delle rete di ricarica.
Il dubbio, sempre più concreto, è che la decisione UE di bandire i motori a combustione dal 2035 sia non solo ideologica nell’ambito dell’utopia verde (sappiamo quanto piccola sia la quota di CO2 prodotta dal traffico, mentre la crisi energetica spinge al riuso del carbone per le centrali elettriche), ma si rifaccia anche e soprattutto a un piano per limitare la mobilità di gran parte della popolazione sulla base di una autoritaria politica di controllo.
Nel frattempo, consegnamo l’intero comparto auto alla Cina.
Aauguriamoci solo che poi non si scopra un clone alla UE della vicenda Schröder
per il gas tedesco.




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